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Clausole di salvaguardia un’imposizione europea

Signor Direttore, ho letto l’articolo di Gianfranco Summo intitolato «Sud e autonomia» pubblicato ieri sul Suo giornale. Nell’articolo è scritto tra l’altro quanto segue: «… nel 2011, in piena tempesta finanziaria, il ministro Tremonti introdusse le cosiddette clausole di salvaguardia, cioè una legge che prevede aumenti automatici dell’Iva se in bilancio non vengono adottate, anno per anno, misure di contenimento della spesa pubblica pari almeno al gettito fiscale previsto dall’aumento automatico. Fu l’unico modo per evitare un debito pubblico ulteriormente fuori controllo».

Al riguardo mi permetto di notare:

a) nelle Considerazioni Finali della Banca d’Italia dette dal Governatore Draghi il 31 maggio del 2011 era scritto tra l’altro quanto segue: «La gestione del pubblico bilancio è stata prudente… le correzioni necessarie in Italia sono inferiori a quelle necessarie negli altri paesi dell’Unione europea». Ancora più positivo fu il giudizio espresso in giugno dal Consiglio europeo;

b) dato che i conti pubblici di un grande paese non possono variare in negativo ed addirittura drammaticamente in pochi giorni, è ragionevole porsi qualche domanda su quanto è stato il 5 di agosto quando BCE/Banca d’Italia hanno inviato al Governo della Repubblica Italiana una lettera contenente la richiesta ultimativa di fortissime «correzioni» di bilancio pena – in caso di risposta non tempestiva (entro l’8 di agosto) – la minaccia di mandare in default il debito pubblico italiano. In uno scenario normale sono i Governi che non devono minacciare la Banca Centrale, nel caso era la Banca Centrale che violando ogni regola minacciava un Governo!

c) quale la ragione di tutto questo? Era una ragione che torna ad essere drammaticamente evidente in questi giorni: la strutturale risalente e permanente crisi delle grandi banche tedesche (e francesi). Allora la crisi era sui crediti verso la Grecia. L’avere iniettato allora 200 miliardi di «aiuti europei» per le perdite sulla Grecia non è stato evidentemente sufficiente (c’erano già anche a latere i derivati!);

d) nella primavera del 2011 fu ipotizzato l’utilizzo del «Fondo Salva Stati» (suggerito dall’Italia nel 2008) per salvare non solo gli stati ma anche le banche. Il Governo italiano pose la condizione che il contributo al Fondo in caso di utilizzo per salvataggi bancari non fosse calcolato in base al PIL (come giusto per la funzione Salva Stati) ma calcolato sul rischio bancario: Germania e Francia erano a rischio sulla Grecia per 200 miliardi, l’Italia per 20!

e) la soluzione proposta all’Italia determinò reazioni negative fortissime non solo perché aumentava esponenzialmente l’onere a carico dei pubblici bilanci tedesco e francese ma anche perché evidenziava l’effettiva origine della crisi che non era tanto connessa alle finanze pubbliche avendo piuttosto causa in una profonda crisi del sistema bancario, crisi che non si voleva assolutamente evidenziare (e che ancora a lungo e per le stesse ragioni ancora si tende a nascondere);

f) è in quanto sopra che si trova l’origine prima degli sberleffi recitati in televisione da una coppia di leader europei in conferenza stampa, quanto dal parallelo altrimenti ingiustificato scatenarsi degli spread contro l’Italia;

g) per evitare il default minacciato con la lettera del 5 agosto il Governo della Repubblica Italiana emanò il «Decreto di Ferragosto». La stampa internazionale lo definì «perfect». In realtà, dato tutto quanto sopra, il Decreto non fu comunque sufficiente per bloccare la pressione politica necessaria per forzare l’Italia verso l’ipotesi di un abnorme finanziamento del «Fondo Salva Banche»! La «clausola di salvaguardia» non è stata dunque un’invenzione italiana, ma una imposizione europea. Tuttavia con una specifica, una differenza tra quanto è stato nell’agosto del 2011 e quanto è poi avvenuto negli 8 anni successivi;

h) nella formulazione iniziale (agosto-settembre 2008) l’adempimento alla clausola-imposizione era assolutamente programmatico e generico e comunque subordinato all’ipotesi del non raggiungimento di altri e vasti obiettivi di bilancio. Alla larga nel testo si ipotizzava infatti nel caso denegato di un insufficiente raggiungimento di questi obiettivi una «possibile rimodulazione delle tax expenditures o delle aliquote delle imposte indirette incluse le accise o l’IVA»;

i) nell’ottobre-novembre del 2011 il Governo entrò in crisi interrompendo la sua azione di finanza pubblica.

E’ solo con il primo Decreto del Governo Monti che appare la clausola IVA come è poi stata iterata nei lunghi 8 anni successivi.

Una serie di clausole vincolanti e cifrate per importi e date. E’ del resto poi forse il caso di ricordare che oltre ad avere importato dall’Europa e montata in loco una clausola IVA di tipo imperativo, come da allora così ancora, uno dei primi atti del Governo Monti fu quello per cui il Governo italiano consentì il calcolo del contributo italiano al «Fondo Salva Banche» non in base al rischio, ma in base al PIL così che la crisi rispetto alla quale l’Italia era totalmente estranea (si rileggano le citate Considerazioni Finali) fu prima addebitata all’Italia come se si trattasse di una crisi della finanza pubblica italiana per poi essere – per beffa - messa sul conto dell’Italia gravandola – in aggiunta alle clausole - per un importo assolutamente spropositato.

La ringrazio davvero e molto, Suo
Giulio Tremonti

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