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«Meraviglioso» Mister Volare e la lezione di poesia

«Il mare, il sole, la vita, l’amore»: è il semplice e Meraviglioso alfabeto della vita ritrovata che la voce di Domenico Modugno, morto il 6 agosto di 25 anni fa, porterà in tutto il mondo

«Meraviglioso» Mister Volare e la lezione di poesia

Era il 1968. Anche l’Italia era scossa dal vento impetuoso della contestazione e il «panorama» dominante era costituito da fabbriche in fermento, piazze attraversate dai cortei, scuole e università occupate per protesta. In questo universo tutto «politico», che vide l’alleanza tra studenti e operai, ci fu un uomo, Riccardo Pazzaglia, che forse ispirato da una scena del film La vita è meravigliosa di Frank Capra, seppe guardare oltre e ripartì dall’immagine di un disperato che di notte, su un ponte, si affaccia e guarda l’acqua scura che scorre sotto di lui.

Il dolore e la sofferenza stanno per avere il sopravvento ma accade che «un angelo vestito da passante» riesce a distogliere il suo sguardo dal buio profondo e a volgerlo altrove. Dove? Sulle piccole cose, sui doni che ci hanno fatto e che spesso copriamo con le mille sfumature di grigio della nostra quotidianità.
«Il mare, il sole, la vita, l’amore, il bene di una donna, la luce di un mattino, l’abbraccio di un amico, il viso di un bambino»: è il semplice e Meraviglioso alfabeto della vita ritrovata che la voce di Domenico Modugno, morto il 6 agosto di venticinque anni fa, porterà in tutto il mondo.

Il Pazzaglia «dissonante» rispetto al clima del ’68 ci aiuta a riscoprire la natura «divertente» dell’essere poeti. Per scoprire la bellezza di questo apparente paradosso, è necessario salire sulla nave delle parole e compiere un viaggio che conduce lontano. E porta a trovare ed ascoltare le «voci di dentro» che ogni parola contiene.
Il segreto infatti è non fermarsi alla buccia delle parole, ma sgusciarle, per gustarne i sapori più forti e profondi. Quando diciamo «divertente», il primo pensiero vola al gioco, all’allegria, a una festa, a una notte in discoteca, a una vacanza, a una nuova auto, a una serata con gli amici in pizzeria.

Ma l’etimologia, una materia da insegnare nelle scuole dell’obbligo, ci aiuta a capire dicendo che «divertire» deriva dal latino «de-verto»: il «de» ha la funzione di allontanamento e «verto» vuol dire girare, allontanarsi, volgersi altrove. Quindi divertire ha da sempre un senso figurato e quindi il verbo significa soprattutto allontanarsi, cambiare, nella sua accezione più ampia.
Il divertente è chi elabora uno sguardo critico, esplora strade alternative, rivela uno spirito anticonformista. E chi più del poeta va altrove con le parole, mostra un approccio diverso alla realtà e indica una prospettiva insolita che non era stata scoperta? I poeti dunque ci permettono di esplorare nuove terre, nuove dimensioni, «divertendo» dalla quotidianità e riconciliandoci con il senso più autentico e spesso più nascosto della vita.

È quello che scrive Proust nell’ultimo volume della Ricerca del tempo perduto dove afferma che «la grandezza dell’arte autentica e quindi anche della poesia, sta nel farci conoscere quella realtà lontano dalla quale viviamo, dalla quale ci allontaniamo sempre più via via che acquista spessore e impermeabilità la conoscenza convenzionale che le sostituiamo. Quella realtà che rischieremmo di non conoscere mai e che è semplicemente la nostra vita, la vera vita, la finalmente scoperta e resa chiara, la sola vita, di conseguenza, realmente vissuta, quella vita che, in un certo senso, abita ogni momento in tutti gli uomini così come nell’artista».

I poeti sono uomini di frontiera che fanno l’esperienza del limite, che sostano con inquietudine davanti alle tante «siepi» - di leopardiana memoria - che ci impediscono di vedere oltre. La siepe come simbolo di tutto quello che ci spaventa, ci rinchiude dentro un atmosfera di paura. Il segno degli ostacoli, delle chiusure, delle paure, degli orizzonti limitati.
Ma Leopardi non si arrende davanti alla siepe «che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude», ma grazie al vento che sente sulla sua pelle, può almeno intravedere cosa c’è oltre. Intravede interminati spazi, sovrumani silenzi, e profondissima quiete e gli «sovvien l’eterno». La siepe dunque non solo come limite ma anche come soglia da oltrepassare.
È la riscoperta della contemplazione come luogo dello spirito, dove tornare a rivedere il senso Meraviglioso dell’umana avventura e dei doni che ci ha fatto. Come fece Riccardo Pazzaglia che riuscì ad ascoltare e far cantare la vita nel frastuono del ’68.

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