Domenica 18 Agosto 2019 | 01:07

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Devono ridurre il volume della loro comunicazione

«Mai avremmo immaginato che la vicenda di un sottosegretario indagato per corruzione fosse capace di monopolizzare il dibattito pubblico per oltre due settimane»

Governo

Mai avremmo immaginato che la vicenda di un sottosegretario indagato per corruzione, sebbene personaggio non secondario di uno dei partiti di maggioranza, fosse capace di monopolizzare il dibattito pubblico per oltre due settimane. Soprattutto mai avremmo immaginato che questa situazione fosse associabile ad un Governo che fin dalla sua costituzione si è presentato davanti ai cittadini come “del cambiamento”. Ci si chiede: quanto è compatibile con l’esigenza di un’innovazione radicale dell’agire politico, nel merito e nel metodo, la questione della permanenza o meno nella compagine governativa di un singolo esponente?

Se si mette a confronto questa vicenda con i dossier più importanti sui quali è chiamato a pronunciarsi l’Esecutivo Conte, dalla sicurezza all’economia, la risposta non può che essere negativa. Se da un lato il caso Siri è lo specchio fedele di quanto da tempo (da troppo tempo) sta avvenendo tra Cinque Stelle e Lega in un gioco continuo di rimpalli, di accuse e diffidenze reciproche, alcune delle quali elevate a rango di paradigma, di “diversità nell’unità” (presunta unità, sia beninteso) piuttosto che di “unità nella diversità”, dall’altro il nostro Paese si trova in una condizione imbarazzante, anche nell’ottica internazionale. All’analista politico non spetta il compito di stabilire chi ha torto e chi ha ragione tra i due contendenti, pur potendo esprimere legittimamente un’opinione, magari dopo aver recuperato nella definizione del quadro interpretativo i precedenti più noti. Egli non può rinunciare, tuttavia, a mettere in evidenza le ricadute di questo scontro politico. Chi scrive è convinto del fatto che un soggetto, compreso un esponente politico, debba essere considerato colpevole solo quando viene pronunciata una sentenza definitiva di condanna: si tratta di uno dei principi fondanti lo Stato di diritto. Ma è, altresì, persuaso del fatto che sarebbe un errore indugiare nella logica dell’indistinguibilità e della sovrapponibilità piena e incondizionata del piano giuridico rispetto a quello politico. Se il profilo giudiziario invoca prudenza nella valutazione di questo caso che vede coinvolto il sottosegretario leghista alle Infrastrutture, quello politico conduce, gioco forza, alla necessità di trovare un punto di mediazione tra l’intransigenza dei pentastellati e la tendenza leghista a legare la soluzione della vicenda al momento dell’eventuale rinvio a giudizio. Il timing della giustizia è diverso da quello della politica, che a sua volta risente del condizionamento del timing del nuovo ecosistema comunicativo, frutto dell’intreccio di dinamiche di comunicazione di massa e di comunicazione interpersonale, come per esempio quelle prodotte grazie all’uso dei social network e in base al presupposto della presenza di un pubblico che non è più né passivo, né attivo, essendo diventato interattivo. Di Maio ha ribadito anche ieri che Siri non può più far parte del Governo perché incombe come una spada di Damocle la questione morale. Salvini ha confermato fiducia all’esponente leghista finito nel mirino dei magistrati, sottolineando nel contempo che le dimissioni di Siri senza un rinvio a giudizio rappresenterebbero una situazione a rischio per la democrazia ed invitando gli alleati a non usare toni da avversari politici. Il muro contro muro continua, dunque, ma appare evidente che le dimissioni di Siri costituiscono ad oggi l’unica soluzione possibile per evitare che durante la prossima riunione del Consiglio dei Ministri vi sia una spaccatura netta tra i due alleati. Un voto questo che potrebbe determinare conseguenze politiche molto più pesanti di quelle al momento associabili all’escalation di contrasti, giustificati dai più con la concomitanza di appuntamenti elettorali importanti come le elezioni regionali e quelle europee. Si può tirare la corda fino all’ultimo, ovvero fino qualche ora prima dell’inizio del prossimo Consiglio dei Ministri durante il quale il Premier dovrebbe revocare la nomina di Siri a sottosegretario, avviando così quella procedura che si completa con la firma del decreto da parte del Presidente della Repubblica. Attenzione però, perché la corda rischia di spezzarsi ed entrambi i “tiratori” rischiano di subirne i contraccolpi. Chi si assume la responsabilità dell’interruzione dell’esperienza di Governo? Con la mossa del cavallo operata da Giuseppe Conte, la responsabilità non può che assumersela la Lega.

I Cinque Stelle, infatti, insistono nel dire che se il partito di Salvini intende far cadere il Governo per mantenere una poltrona da sottosegretario dovrà spiegare questa scelta ai propri elettori. Parole che svelano la (quasi) probabilità che alla fine tutto si concluderà con l’uscita di scena di Siri e con la prosecuzione dell’azione di Governo (ma per quanto e in che modo?) e che tutt’al più, ad europee avvenute, la difficoltà più grande da gestire sarà quella di trovare un nuovo equilibrio tra i due partiti contraenti il patto di Governo. Senza il recupero delle ragioni della stabilità è difficile immaginare una navigazione serena per l’Esecutivo Conte, che dichiara il proposito di durare per l’intera legislatura. Sabato scorso ho intervistato il Presidente del Consiglio a San Giovanni Rotondo in occasione dell’evento celebrativo dei cento anni della BCC. Con lui ho affrontato, in un dialogo pubblico, molti temi: il passaggio dalla “fase uno” della politica economica, incentrata su reddito di cittadinanza e quota cento, alla “fase due”, contraddistinta dalla presenza di due provvedimenti non ancora entrati a regime, ovvero il decreto crescita e il decreto sblocca cantieri; la riduzione del cuneo e la flat tax per imprese e famiglie; il regionalismo differenziato e l’interazione tra pubblico e privato per il rilancio del Sud. Ho colto la volontà di superare le divergenze esistenti tra Cinque Stelle e Lega e la determinazione a considerare sostanzialmente archiviato il caso Siri. Un po’ come dire: la vicenda è già stata risolta nel modo che ho indicato pubblicamente, le questioni di cui ora il Governo deve occuparsi sono altre.
Se davvero Di Maio e Salvini vogliono far durare il Governo per tutta la legislatura, come ripetono in pubblico, allora devono ridurre il volume della loro comunicazione. Devono ricordarsi che un’intonazione istituzionale, più che una squisitamente politica ed elettorale, può far bene al nostro Paese. A maggior ragione in un momento in cui diventa improrogabile la necessità di creare le condizioni perché lo 0,2% di crescita del Pil, registrato dall’Istat nel primo trimestre dell’anno, diventi il viatico per una vera ripresa e per una nuova stagione. Alle parole seguano i fatti, se è vero che si vuol continuare a governare insieme.

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