Martedì 18 Giugno 2019 | 14:57

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«Chissà perché a noi italiani, e particolarmente a noi meridionali, questa storia della bambina di Foligno che un maestro ha chiamato “scimmia” perché è nera, richiama alla mente qualcosa»

migranti

Chissà perché a noi italiani, e particolarmente a noi meridionali, questa storia della bambina di Foligno che un maestro ha chiamato “scimmia” perché è nera, richiama alla mente qualcosa. Lo stesso maestro - pensate un po’, uno che insegna a dei bambini - ha completato l’opera con il fratellino più grande dicendo ai compagni : “Guardate quanto è brutto”, e capiamo che la cosa marchia indelebilmente il maestro, che poi ha cercato di ritrattare tutto sui soliti squalificatissimi social.
A noi l’episodio ha richiamato alla mente Ellis Island, l’isolotto nella baia di New York dove ai primi del novecento i migranti venivano controllati dai medici del Servizio Immigrazione, che decretavano se potevano entrare negli Stati Uniti, la terra promessa per i nostri bisnonni, o se dovevano essere rimpatriati con la stessa nave con cui erano arrivati. Quelli che passavano l’esame poi dovevano accontentarsi dei lavori più umili, peggio pagati, perché erano gli ultimi arrivati, non conoscevano la lingua, e neanche le leggi, i loro diritti.

I wasp, i bianchi anglosassoni e protestanti, li chiamavano wop, guappo o dago, Diego, un nome che andava bene per italiani, spagnoli o portoghesi, tanto erano tutti uguali: ignoranti e disprezzabili. Nella saga del Padrino, Mario Puzo ha fatto vedere che quando subivano un torto si rivolgevano ai don Vito Corleone, con le conseguenze che conosciamo. Ma resta il fatto che la posizione più alta raggiunta da un italoamericano nelle istituzioni è quella dell’attuale presidente della Camera dei rappresentanti Nancy Pelosi, nata D’Alessandro. E d’altronde gli africani che in America furono deportati come schiavi ai primi del 600 sono riusciti ad eleggere un presidente solo dopo quattrocento anni.

A noi meridionali la discriminazione subita dai bambini di Foligno figli di due nigeriani, ha fatto venire in mente Rocco e i suoi fratelli, il film del ‘60 di Luchino Visconti che descrive il trapianto a Milano di una famiglia di immigrati lucani durante la grande migrazione interna. Al miracolo economico che in quegli anni fece del ‘triangolo industriale’ una delle regioni più avanzate d’Europa i meridionali arrivati a Milano con la valigia di cartone e lo scatolone sulle spalle come nella famosa foto di Uliano Lucas diedero un contributo determinante con il loro lavoro, ma pure restarono i ‘terroni’, e in cerca di una casa spesso si trovarono di fronte il cartello “non si fitta ai meridionali.” Anni dopo ci fu chi su quel termine dispregiativo, ‘terroni’, fondò le fortune di un movimento che arrivò a parlare di secessione, ma poi si scoprì che si accontentava più prosaicamente di lauree in Albania, diamanti in Tanzania e altri benefits, lasciando un segretario in galera e 49 milioni di euro da restituire allo Stato. Intanto i tifosi di squadre del nord continuano a incitare il Vesuvio e l’Etna a lavare i ‘terroni’ con il fuoco e un assessore di quel partito a una cantante ‘terrona’ che chiedeva di aprire i porti ai migranti, ha gridato di aprire lei il suo corpo. D’altronde il successore di quel fondatore dei diamanti cantava “senti che puzza scappano anche i cani, sono arrivati i napoletani”. E adesso va a prendere voti in Abruzzo e Sardegna, e assessori e consiglieri nelle altre regioni del Sud.

La vicenda dei due bambini di Foligno a noi tutti ricorda quel compagno di classe della elementari che veniva dalla campagna e non portava le scarpe o lo zainetto firmati. Parlava anche con un accento che non ci piaceva, e noi non volevamo stare seduti nel banco con lui, perché puzzava, dicevamo. Ci ha ricordato, il maestro di Foligno, anche quel compagno alle scuole medie che non sapeva giocare al pallone e che quando c’era una palla alta, a campanile, lui si metteva le mani sulla testa per proteggersi e correva per scansarla. Ci ha ricordato anche quel compagno, alle superiori, che non fumava, non sbraitava contro gli juventini o gli interisti, e una volta lo vedemmo che di nascosto dava un libro a quella compagna nelle terza fila. E tutte le volte noi lo prendevamo in giro, lo sfottevamo, gli rubavamo il panino, gli facevamo sparire lo zainetto. E ci divertivamo da pazzi a vederlo solo, confuso, spaurito, mentre noi, in branco, lo rendevamo ridicolo. L’episodio di Foligno però ci ha fatto riflettere che abbiamo bisogno di sentirci superiori a qualcuno perché non ci bastiamo, perché abbiamo bisogno del dolore degli altri per sentirci qualcosa . E scegliamo qualcuno che non può difendersi, o non sa farlo. Spira una brutta aria in Europa e non solo (vedi gli Stati Uniti di Trump).Si dice sempre che per queste cose bisogna intervenire prima che sia troppo tardi. Ed è adesso, se facciamo ancora in tempo.

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