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Caso Salvini-Diciotti e il voto su Rousseau: gli effetti collaterali del direttismo «democratico»

Caso Salvini-Diciotti e il voto su Rousseau: gli effetti collaterali del direttismo «democratico»

«Non può essere la base di un partito a sostituirsi a incidere nelle scelte dei parlamentari, tanto meno agli organi rappresentativi e alle varie magistrature»

19 Febbraio 2019

Giuseppe De Tomaso

Governo salvo. Ma meno male che il quiz sul caso Salvini-Diciotti era precauzionalmente congegnato in modo tale che il sì voleva dire no e il no voleva dire sì. Altrimenti chissà quali sarebbero state le ripercussioni sul governo se dal referendum pentastellato fosse emerso un verdetto diverso e, soprattutto, privo di paracadute. È davvero paradossale e bizzarro che la tenuta di un esecutivo debba essere affidata alle astuzie degli estensori di un quesito in Rete. Ma così vanno le cose quando la cotta per la democrazia diretta pretende di trasformare problemi e casi complessi (persino per gli addetti ai lavori) in un sondaggio, in un aut aut di facile comprensione, tipo meglio l’olio o il burro.

Il caso Salvini-Diciotti, con relativa richiesta della giustizia ordinaria, di processare il ministro dell’Interno per sequestro di persone a bordo della nave, sta a testimoniare che non può essere di sicuro la base di un partito a sostituirsi a incidere nelle scelte dei parlamentari, tanto meno potrebbe sostituirsi agli organi rappresentativi e alle varie magistrature. Se così fosse, se questo concetto fosse esteso a dismisura, la nostra democrazia non sarebbe più tale, e soprattutto non sarebbe più libera e liberale, perché sarebbe sufficiente una minoranza coesa ed esosa per tenerla in ostaggio e per prendere decisioni sulla base delle convenienze, degli umori politici del momento. La democrazia rappresentativa, che si avvale di filtri e di organismi indipendenti, è tutt’altra cosa rispetto alla democrazia assembleare, la cui nuova piazza coincide con la Rete.


Gli stessi sostenitori della teledemocrazia assoluta o della mania referendaria dovrebbero riflettere sui rischi cui va incontro un sistema politico democratico qualora fosse estesa a oltranza o addirittura istituzionalizzata la pratica di consultare la «base» o l’«opinione pubblica» in ogni minima delicata occasione. A lungo andare l’intero sistema andrebbe in tilt e forse l’intera popolazione manifesterebbe la propria insofferenza per essere chiamata a decidere su temi meritevoli di essere affrontati dagli eletti, non dagli elettori.


Eppure lo stesso filosofo francese Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), intellettuale di riferimento degli aedi della democrazia diretta, riconosceva che «la moltitudine è cieca», il che sta a significare che una società complessa non può autogovernarsi, né può risolvere problemi che le stesse élite hanno difficoltà a conoscere, analizzare in profondità. I social network hanno accelerato il processo di disintermediazione, per cui non è più necessario disporre di un giornale o di un canale tv per diffondere il messaggio, è sufficiente il web. Ma ciò non significa che la platea dei nuovi informati ne sappia di più. Anzi, il portato beffardo della rivoluzione internettiana è proprio questo: saperne di meno, pur potendo, sulla carta, essere informati di più. Se poi il verdetto su un leader o su una vicenda più o meno controversa viene affidato a una pattuglia di iscritti a una specifica piattaforma, il rischio di una deriva oligarchica dell’intero ordinamento democratico è più incombente del solito tweet della signora Wanda Nara a sostegno del marito Mauro Icardi.


Si potrebbe obiettare che il ricorso al popolo del web da parte dello stato maggiore pentastellato sul caso Salvini-Diciotti costituiva uno sbocco obbligato, indispensabile per schivare il pericolo di una spaccatura verticale del Movimento qualora i vertici avessero adottato una decisione chiara come il sole. Può essere. Ma una forza politica deve fare attenzione a rifugiarsi in calcio d’angolo, perché a furia di gettare la palla al di là della linea di fondo, prima o poi il gol arriva: su azione degli avversari.


Nessuna organizzazione politica può fare a meno di una leadership. E le leadership si valutano anche dal calo di popolarità che sono disposte a subire pur di sostenere una scelta utile per il partito o per il Paese. Una leadership che rinunciasse a prendere rischi è una leadership solo virtuale, destinata a essere tale solo formalmente. Il che, altro fatto davvero curioso, vale soprattutto adesso, nell’era del telemarketing elettorale, automatica emanazione della democrazia del web. Infatti. Il marketing elettorale (ma potremmo dire politico) trasforma il candidato (o il leader) in prodotto, così come avviene per le merci esposte sugli scaffali dei supermercati. La leadership non può prescindere dal marketing e dalla comunicazione. Ma se ogni tanto si defila, la leadership viene meno al postulato numero uno del marketing politico: metterci sempre la faccia, proprio perché leader e prodotto in fondo sono la stessa cosa, o si confondono fino al punto da annullare ogni differenza.
Ecco perché Luigi Di Maio si gioca parecchio sul caso Salvini-Diciotti. Finora lui si era quasi identificato con il Movimento, dopo la fase iniziale monopolizzata da Beppe Grillo. Il ricorso a Rousseau costituisce oggettivamente un passo indietro nel cammino di identificazione finale tra leadership e prodotto.


Non osiamo prevedere se il governo Conte sopravviverà alle europee del prossimo maggio: tutto, ovviamente, dipenderà dai nuovi rapporti di forza tra Di Maio e Salvini. Sappiamo solo, però, che la Rete può rivelarsi più dispettosa di una bimba capricciosa, e che a furia di valorizzarla e osannarla, si rischia il più classico tra gli autogol.

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