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Come ampiamente previsto, la relazione del gruppo di saggi nominato dal Ministero delle infrastrutture e dei Trasporti per valutare costi e benefici della Tav, depositata ieri, esprime un giudizio tranchant sulla controversa opera

Coalizione nel tunnel ad alta velocità

Come ampiamente previsto, la relazione del gruppo di saggi nominato dal Ministero delle infrastrutture e dei Trasporti per valutare costi e benefici della Tav, depositata ieri, esprime – seppure a maggioranza – un giudizio tranchant sulla controversa opera, la cui realizzazione porterebbe, secondo gli esperti, a un saldo fortemente negativo in termini di redditività.

Esulta Danilo Toninelli, che parla di dati impietosi, glissa (per il momento) Matteo Salvini, con un laconico «non ho ancora letto il dossier». Si chiude così il primo atto di una vicenda che fino ad ora ha assunto le movenze di un balletto, con il dossier inviato prima alla Francia (la scorsa settimana) e il vicepremier leghista che commenta piccato «perché dei numeri che riguardano il futuro degli italiani sono conosciuti prima a Parigi che a Roma?», definendo bizzarro il comportamento del suo collega di governo, mentre l’altro vicepremier Luigi Di Maio lo invita a stare tranquillo e precisa di non averlo letto neanche lui.

Ora si apre il secondo (e conclusivo) atto, inaugurato dalla reazione contrariata della Francia che stronca la relazione definendola «straordinariamente di parte». Non c’è dubbio che il contenzioso che dovesse instaurarsi tra Italia e Francia nel caso in cui il nostro governo decidesse di dare lo stop all’opera, recependo le conclusioni della commissione di esperti, certo non contribuirà a rasserenare i rapporti tra i due Paesi resi assai complicati da uscite estemporanee, poco meditate o erroneamente argomentate di esponenti del partito di maggioranza relativa che hanno condotto al clamoroso gesto del richiamo dell’ambasciatore transalpino, condotta diplomaticamente grave trattandosi del gradino che precede la rottura delle relazioni tra Stati.

Si diceva dell’eventuale contenzioso legato al mancato adempimento degli impegni presi dall’Italia. E sì, perché siamo di fronte ad un accordo internazionale ratificato dal Parlamento – anzi, a una serie di accordi (tra il 2001 e il 2016) – avente rilevanza giuridica e che comporta, nel caso in cui una delle parti intenda disimpegnarsi, risarcimenti, penalità e rivalse, che potrebbero arrivare addirittura alla rifusione totale dei costi sostenuti dalla Francia nella prima fase, alla restituzione per intero dei fondi già ricevuti dall’Unione europea e persino – sotto forma risarcitoria – delle somme stanziate dall’Unione europea ma non ancora percepite dalla Francia.

È questa la grande incognita, della quale in verità si sta parlando assai poco, condizionati dal furore paraideologico di chi ha fatto della Tav un vessillo della propria azione politica. Non si tratta di affermazioni di parte, se si considera che è la stessa relazione tecnico-giuridica allegata all’analisi costi-benefici a far riferimento, seppur in forma ipotetica, a tali maxi-risarcimenti, esordendo nella parte conclusiva con un disarmante «i molteplici profili evidenziati non consentono di determinare in maniera netta i costi in caso di scioglimento», dato che insiste principalmente su tale calcolo «la variabile costituita dall’esistenza di più soggetti sovrani che dovrebbero inevitabilmente considerare in sede negoziale le rispettive posizioni». Aggiungendo che «le voci e gli importi oggetto di discussione possono essere indicati solo in via puramente ipotetica». Tutto e niente, insomma. E se dovesse continuare a spirare il vento contrario a rapporti armoniosi (o quantomeno decorosi) tra Italia e Francia – espressione di irresponsabilità, oltre che di leggerezza – c’è poco da stare allegri.
Politicamente, la maggioranza è attesa al varco della Tav.

Tutti sono pronti a giocare sul suo tavolo il massimo della posta, nell’approssimarsi delle elezioni europee, e tutti auspicano di uscire dal tunnel della Tav vittoriosi. I Cinquestelle si giocano gran parte della loro credibilità in una partita che ha il non facile obbiettivo di fermare l’inarrestabile ascesa della Lega (quasi una Mission Impossible). La Lega, da far suo, potrebbe proprio attraverso una ferrea interdizione rispetto ai desiderata pentastellati accelerare quel processo di perdita d’identità del Movimento Cinque Stelle iniziato all’indomani della nascita del governo gialloverde e proseguito con risultati che hanno avuto un primo tangibile riscontro nelle elezioni regionali in Abruzzo.
Il rischio è che si trascurino i profili economici legati alla realizzazione della Tav in favore di quelli simbolici. La Tav è una delle grandi opere che potrebbe far ripartire l’Italia, con cinquantamila posti di lavoro, magari la prima delle tante grandi opere promesse ma non ancora avviate, che potrebbero costituire il contributo della cosa pubblica al rilancio di un’economia in affanno. Aiutando l’Italia ad uscire fuori dal tunnel.

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