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L'analisi

Non basta un padre per fare un nuovo Pd

Non basta un padre per fare un nuovo Pd

«Con tutto il rispetto che si deve a Romano Prodi, professore, economista, politico e federatore dell’Ulivo, il suo recente endorsement secondo cui “al Pd serve un padre” appare oggi francamente antiquato»

13 Febbraio 2019

Giovanni Valentini

Con tutto il rispetto che si deve a Romano Prodi, professore, economista, politico e federatore dell’Ulivo, il suo recente endorsement secondo cui “al Pd serve un padre” appare oggi francamente antiquato, superato, anacronistico. E senza cadere nel gioco di parole, sembra anche un po’ paternalistico: ispirato cioè a una visione elitaria della politica che appartiene ormai a un’altra epoca e a un altro mondo. Non perché Nicola Zingaretti, il maggior candidato alla prossima segreteria del Pd, non abbia le doti e le qualità per assumerne la guida. Ma, al contrario, perché la sua figura corrisponde piuttosto – com’è più giusto che sia - a quella di un “primus inter pares”, un primo fra pari, un leader espresso dal basso, riconosciuto dalla base e riconoscibile all’esterno.

Con la disinvoltura e la leggerezza consentite dai social, qualche tempo fa avevo scritto un Tweet per dire ironicamente che “al Pd serve un commissario o almeno il fratello di un commissario…”, alludendo alla stretta parentela con il formidabile interprete televisivo di Montalbano.
Oggi al Pd non basta un altro “padre”, più o meno putativo, anche perché in dieci anni ha già avuto fin troppi segretari e li ha divorati come i figli del dio Saturno, raffigurato dal pittore spagnolo Francisco Goya nel celebre dipinto conservato al Museo del Prado di Madrid: da Veltroni a Franceschini, da Bersani a Epifani (reggente), da Renzi a Orfini (reggente) e di nuovo da Renzi a Martina, quest’ultimo prima reggente e poi effettivo. Ma soprattutto perché, proseguendo nella metafora prodiana, il Partito democratico deve cercare di allargare la sua “famiglia” politica se vuole ricandidarsi in futuro al governo del Paese. E ciò non solo per ragioni puramente aritmetiche, vale a dire per formare una coalizione vincente di centrosinistra, bensì per rigenerarsi nelle idee, nelle proposte e nelle energie, sul modello di quanto è appena accaduto nelle elezioni regionali in Abruzzo sotto la spinta del “civismo” a sostegno della candidatura unitaria di Giovanni Legnini.

Indipendentemente dalle sue chances di tornare in maggioranza, insomma, il Pd deve trovare il coraggio di sottoporsi nel frattempo a una bella trasfusione, un lavaggio o un cambio del sangue, in modo da intercettare le attese di uno schieramento progressista più ampio e offrire così un’alternativa al populismo dilagante. Ora che il centrodestra a trazione leghista sembra avviato a ricompattarsi sotto l’egida di Matteo Salvini, in attesa di rompere prima o poi l’alleanza innaturale con il Movimento 5 Stelle, il centrosinistra può ricostituirsi intanto come fronte d’opposizione rispetto alla deriva sovranista, anti-europea, xenofoba e razzista. Questo è, del resto, il sale della democrazia: la dialettica e il confronto tra forze contrapposte che si contendono il governo all’insegna del ricambio e alla luce del sole.
Nelle sue frequenti convulsioni interne, fra l’autorità costituita dei “padri nobili” e l’irruenza innovativa dei giovani “rottamatori”, il Partito democratico ha smarrito per strada il suo patrimonio identitario rappresentato emblematicamente dall’abolizione del fatidico trattino fra centro e sinistra. E cioè dal superamento delle storie e delle tradizioni da cui deriva. Una componente, quella ex o post-comunista, non s’è mai rassegnata completamente alla convivenza sotto lo stesso tetto con il centro; mentre quella cattolica, ex o post-democristiana, s’è istintivamente ribellata alla pretesa di un’egemonia culturale e alla sua relativa sudditanza.

L’amalgama, per riprendere la triste profezia di Massimo D’Alema, non è (ancora) riuscito e dunque la maionese è impazzita. Ecco perché adesso il “civismo” può contribuire a rilanciare il Pd, consentendogli di affondare le sue radici nell’humus fertile della società civile piuttosto che nelle stanze chiuse dei laboratori o in quelle fumose dei salotti politici. Si tratta di ricostituire un rapporto più diretto con un popolo, quello di un centrosinistra senza trattino, che punta a coniugare solidarietà ed efficienza, rigore e partecipazione, inclusione e condivisone. E la leadership “federativa” di Zingaretti, già collaudata prima alla guida della Provincia di Roma e poi della Regione Lazio, si colloca nel solco di quel “buon governo” che ha ispirato storicamente il riformismo italiano.
Su questa base, da posizioni più equilibrate e paritarie nei rapporti di forza, un centrosinistra unito e allargato potrà anche riaprire quel confronto con il M5S, o almeno con l’ala più progressista del Movimento, che non fu possibile neppure avviare all’indomani dell’ultima infuocata campagna elettorale combattuta a colpi di accuse e insulti reciproci. Il travaso di voti abruzzesi dai Cinquestelle, a suo favore e a favore del centrodestra, conferma una volta di più che all’interno di quella galassia convivono tuttora due anime. E presto o tardi, dopo aver immolato la propria “diversità” sull’altare dell’alleanza con la Lega, i seguaci del “guru” Beppe Grillo dovranno scegliere da che parte stare, risolvendo una volta per tutte la loro ambiguità trasversale.

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