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«Con tutto il rispetto che si deve a Romano Prodi, professore, economista, politico e federatore dell’Ulivo, il suo recente endorsement secondo cui “al Pd serve un padre” appare oggi francamente antiquato»

Non basta un padre per fare un nuovo Pd

Con tutto il rispetto che si deve a Romano Prodi, professore, economista, politico e federatore dell’Ulivo, il suo recente endorsement secondo cui “al Pd serve un padre” appare oggi francamente antiquato, superato, anacronistico. E senza cadere nel gioco di parole, sembra anche un po’ paternalistico: ispirato cioè a una visione elitaria della politica che appartiene ormai a un’altra epoca e a un altro mondo. Non perché Nicola Zingaretti, il maggior candidato alla prossima segreteria del Pd, non abbia le doti e le qualità per assumerne la guida. Ma, al contrario, perché la sua figura corrisponde piuttosto – com’è più giusto che sia - a quella di un “primus inter pares”, un primo fra pari, un leader espresso dal basso, riconosciuto dalla base e riconoscibile all’esterno.

Con la disinvoltura e la leggerezza consentite dai social, qualche tempo fa avevo scritto un Tweet per dire ironicamente che “al Pd serve un commissario o almeno il fratello di un commissario…”, alludendo alla stretta parentela con il formidabile interprete televisivo di Montalbano.
Oggi al Pd non basta un altro “padre”, più o meno putativo, anche perché in dieci anni ha già avuto fin troppi segretari e li ha divorati come i figli del dio Saturno, raffigurato dal pittore spagnolo Francisco Goya nel celebre dipinto conservato al Museo del Prado di Madrid: da Veltroni a Franceschini, da Bersani a Epifani (reggente), da Renzi a Orfini (reggente) e di nuovo da Renzi a Martina, quest’ultimo prima reggente e poi effettivo. Ma soprattutto perché, proseguendo nella metafora prodiana, il Partito democratico deve cercare di allargare la sua “famiglia” politica se vuole ricandidarsi in futuro al governo del Paese. E ciò non solo per ragioni puramente aritmetiche, vale a dire per formare una coalizione vincente di centrosinistra, bensì per rigenerarsi nelle idee, nelle proposte e nelle energie, sul modello di quanto è appena accaduto nelle elezioni regionali in Abruzzo sotto la spinta del “civismo” a sostegno della candidatura unitaria di Giovanni Legnini.

Indipendentemente dalle sue chances di tornare in maggioranza, insomma, il Pd deve trovare il coraggio di sottoporsi nel frattempo a una bella trasfusione, un lavaggio o un cambio del sangue, in modo da intercettare le attese di uno schieramento progressista più ampio e offrire così un’alternativa al populismo dilagante. Ora che il centrodestra a trazione leghista sembra avviato a ricompattarsi sotto l’egida di Matteo Salvini, in attesa di rompere prima o poi l’alleanza innaturale con il Movimento 5 Stelle, il centrosinistra può ricostituirsi intanto come fronte d’opposizione rispetto alla deriva sovranista, anti-europea, xenofoba e razzista. Questo è, del resto, il sale della democrazia: la dialettica e il confronto tra forze contrapposte che si contendono il governo all’insegna del ricambio e alla luce del sole.
Nelle sue frequenti convulsioni interne, fra l’autorità costituita dei “padri nobili” e l’irruenza innovativa dei giovani “rottamatori”, il Partito democratico ha smarrito per strada il suo patrimonio identitario rappresentato emblematicamente dall’abolizione del fatidico trattino fra centro e sinistra. E cioè dal superamento delle storie e delle tradizioni da cui deriva. Una componente, quella ex o post-comunista, non s’è mai rassegnata completamente alla convivenza sotto lo stesso tetto con il centro; mentre quella cattolica, ex o post-democristiana, s’è istintivamente ribellata alla pretesa di un’egemonia culturale e alla sua relativa sudditanza.

L’amalgama, per riprendere la triste profezia di Massimo D’Alema, non è (ancora) riuscito e dunque la maionese è impazzita. Ecco perché adesso il “civismo” può contribuire a rilanciare il Pd, consentendogli di affondare le sue radici nell’humus fertile della società civile piuttosto che nelle stanze chiuse dei laboratori o in quelle fumose dei salotti politici. Si tratta di ricostituire un rapporto più diretto con un popolo, quello di un centrosinistra senza trattino, che punta a coniugare solidarietà ed efficienza, rigore e partecipazione, inclusione e condivisone. E la leadership “federativa” di Zingaretti, già collaudata prima alla guida della Provincia di Roma e poi della Regione Lazio, si colloca nel solco di quel “buon governo” che ha ispirato storicamente il riformismo italiano.
Su questa base, da posizioni più equilibrate e paritarie nei rapporti di forza, un centrosinistra unito e allargato potrà anche riaprire quel confronto con il M5S, o almeno con l’ala più progressista del Movimento, che non fu possibile neppure avviare all’indomani dell’ultima infuocata campagna elettorale combattuta a colpi di accuse e insulti reciproci. Il travaso di voti abruzzesi dai Cinquestelle, a suo favore e a favore del centrodestra, conferma una volta di più che all’interno di quella galassia convivono tuttora due anime. E presto o tardi, dopo aver immolato la propria “diversità” sull’altare dell’alleanza con la Lega, i seguaci del “guru” Beppe Grillo dovranno scegliere da che parte stare, risolvendo una volta per tutte la loro ambiguità trasversale.

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