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In Puglia e Basilicata

La riflessione

«Flat tax» e «reddito»: solo giochi di parole

reddito di cittadinanza

Flat tax e reddito di cittadinanza sono state, e sono tuttora, le due principali promesse del governo giallo-verde, ma hanno perso buona parte del loro significato originale

04 Gennaio 2019

Nicola Costantino

Flat tax e reddito di cittadinanza sono state, e sono tuttora, le due principali promesse del governo giallo-verde, ma hanno perso buona parte del loro significato originale. In tutto il mondo, infatti, la flat tax “è un sistema fiscale non progressivo, basato su una aliquota fissa”, ed effettivamente il programma elettorale della Lega di Salvini indicava un’unica aliquota al 15% (peraltro in esplicita contraddizione con quanto sancito dall’articolo 53 della Costituzione italiana: “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività“). 

La sua prima applicazione alle sole partite IVA, appena introdotta, prevede invece due aliquote (che diventano tre con quella per gli esclusi dal beneficio). Le prime anticipazioni sulla possibile (?) flat tax per le famiglie, da attuare nei prossimi anni, parlano poi di due, o tre, aliquote, da combinare con deduzioni fiscali modulate su tre diversi livelli, che moltiplicherebbero ulteriormente le aliquote effettive di prelievo fiscale. In un paese normale, ci si dovrebbe aspettare la rivolta degli elettori che hanno dato fiducia alla Lega puntando ad un’unica (e bassa) aliquota, e che dovrebbero pertanto ritenersi traditi da questo stravolgimento, ma ciò non sembra stia avvenendo. D’altro canto, il fatto che un italiano su tre (stando agli attuali sondaggi) plauda ad una riforma che – se attuata secondo le iniziali promesse – porterebbe sostanziali vantaggi solo alle fasce di reddito più elevate, dovrebbe sollevare seri dubbi sull’effettiva comprensione dell’argomento: è quello che avviene quando “si vende” un pessimo “prodotto” politico sotto un nome accattivante, possibilmente americaneggiante (jobs act docet…).

Analogo destino sembra aver colpito il “reddito di cittadinanza”. Secondo la puntuale definizione di Wikipedia esso “è un'erogazione monetaria, a intervallo di tempo regolare, distribuita a tutte le persone dotate di cittadinanza e di residenza, cumulabile con altri redditi (da lavoro, da impresa, da rendita), indipendentemente dall'attività lavorativa effettuata o non effettuata (dunque viene erogata sia ai lavoratori sia ai disoccupati), dal sesso, dal credo religioso e dalla posizione sociale, ed erogato durante tutta la vita del soggetto”. Un reddito quindi distribuito a tutti i cittadini, senza alcun limite o vincolo, come avviene (ed è l’unica esperienza al mondo, consolidata ormai da anni) in Alaska, dove è reso possibile dalla notevole entità delle royalties petrolifere e, ancor più, dalla ridottissima entità della popolazione interessata. Qualcosa quindi di molto diverso dal progetto originario del Movimento 5 Stelle, che rientrerebbe piuttosto nella fattispecie di “reddito minimo garantito” e, soprattutto, dalla sua ultima (?) versione, che assume sempre più la forma di indennità di disoccupazione, peraltro a termine. Anche in questo caso, non sembra che l’elettorato interessato abbia colto le macroscopiche differenze tra l’intestazione nominalistica del provvedimento e le sue successive declinazioni programmatiche.

Sia chiaro: per chiunque persegua l’obiettivo di ridurre le notevolissime diseguaglianze di reddito che contraddistinguono purtroppo il nostro paese, la nuova versione della cosiddetta “flat” tax è certamente migliorativa rispetto al progetto iniziale, mentre il nuovo “reddito di cittadinanza” è più compatibile (o, meglio, meno platealmente incompatibile) con i vincoli di bilancio pubblico della sua versione originale, e la sua collocazione nell’ambito delle politiche attive del lavoro, piuttosto che di sostegno al reddito, va nell’auspicata direzione di lotta alla disoccupazione. Ciò che però qui si vuole sottolineare è che l’elettorato (non solo quello giallo-verde) sembra essersi assuefatto ad una politica che “le spara grosse”, avanzando promesse che – invece di delineare risultati ambiziosi ma comunque potenzialmente perseguibili – indicano, nel migliore dei casi, approssimative direzioni da imboccare, nella certezza che la scarsa memoria di elettori sempre meno razionalmente informati saprà premiare la buona volontà, piuttosto che punire il mancato perseguimento dei risultati promessi. Giocare con esterofili termini ad effetto (appunto come flat tax e reddito di cittadinanza) aiuta ad andare in questa direzione. In altri casi, invece, è necessario cambiare etichetta alle promesse: così la “abolizione della legge Fornero” (termine oggettivamente privo di ogni ambiguità) è progressivamente diventato “smonteremo” la legge Fornero, ed infine “quota 100”, impegno ancora estremamente vago, ma l’importante è che siano “parole, parole, parole…” che l’elettorato vuole sentire. Usque tandem…?

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