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Addio a Bertolucci dal ‘68 all’utopia zen

Sognava «Novecento» atto III e un film in Lucania

Morte Bertolucci, Laudadio (Bif&st): «Restaureremo "La commare secca"»

«Batti la terra dura dell’autunno / Tornando a casa, rallenti la corsa / E pieghi dove foglie e foglie portano / Dietro, a un tuo rifugio tra gli alberi». Non si può ricordare Bernardo Bertolucci, il grande regista scomparso ieri a 77 anni, senza partire dalla poesia. Questi sono i primi versi di «A Bernardo», una lirica dedicatagli dal padre Attilio Bertolucci (1911-2000), tra i massimi poeti novecentisti, in La capanna indiana (Sansoni 1951). E lo stesso Bernardo non ometteva di ricordare di aver esordito come poeta con una raccolta edita da Longanesi, dedicata all’attrice Adriana Asti di cui si era innamorato sul set pasoliniano di Accattone, dove mosse i primi passi da aiuto regista (vedi il volume a cura di Tiziana Lo Porto, minimum fax 2016). La silloge s’intitola In cerca del mistero e vinse il premio Viareggio nel 1962, due giorni prima che il film d’esordio di Bertolucci, La commare secca, da un soggetto di Pasolini, partecipasse alla Mostra di Venezia.

In precedenza Bertolucci aveva girato qualche 16 mm a Parma, ma fu il trasferimento a Roma a segnarne il destino. La famiglia Bertolucci - incluso il fratello più piccolo Giuseppe, il regista scomparso nel 2012 a Tricase (Lecce) - abitava in Via Carini 45, quartiere di Monteverde Vecchio, nel palazzo in cui di lì a poco prese casa Pier Paolo Pasolini. E fu subito cinema!

Nato a Parma nel 1941, Bertolucci è stato il nostro autore più cosmopolita, grazie a film quali Ultimo tango a Parigi, La luna, L’ultimo imperatore (nove Oscar nel 1988; premio per il miglior montaggio alla foggiana Gabriella Cristiani), Il tè nel deserto, Piccolo Buddha, L’assedio, The Dreamers - I sognatori... Ma è stato anche l’autore più profondamente italiano della sua generazione, fedele alla matrice del melodramma, una passione ereditata dal padre cultore della musica di Giuseppe Verdi. In tal senso resta emblematico il fluviale Novecento (1976, due atti, 315 minuti in totale): sfruttati e sfruttatori nelle lande contadine tra Parma, Reggio Emilia e Cremona. E a Busseto. Già, Novecento ha la presa ottocentesca di un Verdi in drappo rosso e la scena del funerale degli antifascisti è solenne come solo nel Nabucco.
Va’, pensiero... Pur sempre con la memoria della poesia, giacché un breve componimento di Bernardo del 1958, Giziano e Giuseppe, anticipa il tema delle vite parallele del figlio di poveri che «mangia le mosche schiacciate sul pane» e del nipote del padrone che «si sveglia e scaccia tutti dal suo podere». Laddove Novecento racconta del contadino Olmo Dalcò (Depardieu) e del possidente Alfredo Berlinghieri (De Niro).

La natia Emilia rimase, insomma, lo sguardo cardinale di Bertolucci. Egli esercitò in paesi lontani, dall’Oriente all’Africa, da Parigi all’America, la «perdita d’occhio» padana che è una fuga nella nebbia e oltre, o una traversata del deserto, una disincantata fedeltà al paesaggio come «partito preso» più fragile e lunatico rispetto alla Storia, tuttavia di lunga durata. Una contemplazione buddista o un’utopia zen.
Come l’amica carissima Liliana Cavani, modenese di Carpi, e il compagno/antagonista Marco Bellocchio, piacentino di Bobbio, Bertolucci si avventurò «prima della rivoluzione» - e dopo - in lande familiari e stranianti fra la via Emilia e l’Est. Bernardo era il più corsaro dei tre, grazie alla vena pasoliniana e all’anarchismo di Zavattini amico del padre Attilio, nonché in virtù delle letture freudiane e dell’eros inteso a mo’ di sommossa anti-borghese, quindi in primis contro se stesso. Ieri Marco Bellocchio, che nel 2011 ricevette il Leone veneziano alla carriera dalle mani di Bertolucci, ha detto: «Eravamo molto diversi... Bernardo mi ha superato e con L’ultimo tango è diventato irraggiungibile, nel mondo, l’America ecc... In quel sorpasso ho provato verso di lui una forte invidia che è negazione, ma anche riconoscimento del valore dell’altro, che in quel momento era andato molto più lontano».

In effetti, dopo anni di sperimentazione tra il Living Theatre e Sergio Leone, per il quale scrisse insieme a Dario Argento il soggetto di C’era una volta il West, Bertolucci acquisì un rilievo internazionale dal 1970 in avanti grazie a Strategia del ragno e a Il conformista, tratto dal racconto dell’amico Alberto Moravia. Due anni dopo, ecco lo scandalo di Ultimo tango a Parigi, mandato al rogo nel ‘76, che tra l’altro dal 1950 a oggi - secondo i dati elaborati dalla Siae - è stato il film italiano capace di attirare più spettatori in sala, 15.623.773, rispetto per esempio ai 9.300.000 di Quo vado? con Checco Zalone, che invece detiene il record degli incassi.

Attratto tanto dai classici quanto dai film dei giovani (per esempio Guadagnino), Bertolucci coltivò «la magnifica ossessione» della Settima arte, testimoniata da una raccolta dei suoi scritti per i tipi di Garzanti (2010). Si attorniava di talenti visionari: i montatori Franco «Kim» Arcalli» e Roberto Perpignani, il fotografo Vittorio Storaro, il «mangiatore di film» Enzo Ungari (critico e sceneggiatore scomparso troppo presto), la costumista Gabriella Pescucci, i musicisti Ennio Morricone, Ryuichi Sakamoto ‎e David Byrne, il produttore Jeremy Thomas...

Il direttore della Mostra di Venezia Alberto Barbera, che invitò Bertolucci a presiedere la giuria nel 2013, ieri ne ha pubblicato su Instagram una foto giovanile: «Bello, sorridente, un po’ sfrontato. E soprattutto dietro la macchina da presa, che ha mediato il suo rapporto con il mondo. Ci ha fatto amare il cinema più ancora di quanto sapessimo già fare».
Vero. Con la sua erre moscia che a Parigi era di casa sulla rive gauche e nella Cinémathèque di Henri Langlois bulicante di futuro, restò di un fascino rapinoso persino sulla sedia a rotelle cui lo costrinse un’operazione chirurgica malriuscita. Negli ultimi anni calzava a volte scarpe da ginnastica rosse: snob ed elegantissimo in carrozzella - pur sempre un totem cinematografico del Potëmkin -, apparve anche al Bif&st di Bari nell’aprile scorso.
Bertolucci era stregato dalla giovinezza, una linea d’ombra conradiana di inquietante candore, ovvero, a ben vedere, il cuore stesso del ‘68. Fanno testo The Dreamers - I sognatori del 2003 e Io e te, il suo ultimo film del 2012, dal romanzo di Ammaniti. Sperava di girare il terzo capitolo di Novecento e un viaggio nella Lucania del principe madrigalista cinquecentesco Carlo Gesualdo da Venosa: poesia e musica, visioni...

Nel 2011 lo invitammo a Bari per una rassegna intitolata Frontiere - La prima volta. «Non posso venire - rispose affettuosamente - scusatemi, non sto bene, ma che meraviglia l’idea della “prima volta”: ricominciare ancora, ancora e sempre».

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