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Migranti, gli errori dei governi italiani

Il quesito: il fenomeno migratorio al quale stiamo assistendo nel nostro Paese è sovrapponibile all’emigrazione italiana della seconda metà del 1800? Cerchiamo di scoprire se vi siano analogie.

carta di leuca diritti migranti

1.Si è sovente nei commenti degli osservatori affacciato il quesito se il fenomeno migratorio al quale stiamo assistendo nel nostro Paese sia sovrapponibile all’emigrazione italiana della seconda metà del 1800. Cerchiamo di scoprire se vi siano analogie.

Siamo nel 1875 (si era da poco completata l’Unità d’Italia con la presa di Roma nel 1870) e il Console argentino a Genova Eduardo Calvari, su richiesta delle autorità di Buenos Aires, si dichiara pronto ad inviare nel paese sudamericano 2.000 famiglie di agricoltori italiani. Circa 8.000 persone quindi a quell’epoca erano disponibili a recarsi inizialmente in Argentina; molti di più sarebbero in seguito effettivamente partiti sempre su invito delle autorità argentine. L’Argentina a quell’epoca infatti tendeva a realizzare una politica di colonizzazione di ampie aree di territorio scarsamente abitate e spesso incolte, anche allo scopo di incrementare la produzione cerealicola.

Per realizzare un siffatto progetto Buenos Aires metteva a disposizione il prezzo del passaggio marittimo in terza classe. Inoltre gli immigrati italiani sarebbero stati ospitati per un anno a spese del governo argentino ed avrebbero ricevuto gli attrezzi agricoli necessari al loro lavoro, gli animali da adibire al lavoro dei campi, le sementi destinate alla coltivazione e il legname per costruire una casa colonica. Il valore di tutto ciò sarebbe stato restituito dagli assegnatari a partire dal terzo anno di residenza nel termine di un quinquennio. A ciascuna famiglia di immigrati italiani (ma anche agli immigrati di altre nazionalità) veniva inoltre assegnato un appezzamento di terra a titolo gratuito con una superficie fino a 100 ettari.
Secondo le statistiche argentine, nel 1878 partirono per Buenos Aires circa 20.000 emigranti italiani. Interessante è aggiungere che, nei commenti delle autorità e della stampa argentina dell’epoca, si manifestava compiacimento per il fatto che gli emigranti italiani dessero la precedenza all’Argentina invece che ad altri paesi latino americani come Uruguay, Brasile o Cile.
Nell’arco di più di un secolo si trasferirono in Argentina oltre due milioni di Italiani.
Il lettore potrà giudicare se la vicenda legata all’emigrazione italiana al termine del XIX ed agli inizi del XX secolo sia assimilabile in qualche modo al fenomeno odierno di migrazione verso l’Europa che coinvolge l’Italia in quanto Paese di primo approdo.

2. Si diceva una volta «fiumi d’inchiostro sono stati scritti» oggi diremmo «migliaia di cartucce per stampante sono state utilizzate» negli ultimi anni a proposito dell’argomento migranti. La gran parte di queste cartucce da stampante è stata utilizzata da chi era sollecitato da una pur rispettabile soggettiva ideologia. Tuttavia facendosi guidare da un’ideologia (anche le religioni sono ideologie) si rischia di perdere di vista i connotati della questione, quelli che fra qualche decennio gli storici dovranno analizzare. Gli studiosi, sulla base di circostanze oggettive, daranno sugli attori di oggi un giudizio definitivo che li inchioderà dalla parte dei giusti o da quella di chi ha perso un’occasione per fregiarsi di un comportamento equilibrato, ben ponderato e portatore di positive conseguenze.
Il fenomeno migratorio di oggi rappresenta una fase storica epocale che non è destinata a limitarsi in tempi ravvicinati: trattasi del principio dei vasi comunicanti. L’umanità si muove verso ciò che appare (sottolineo appare) abbondanza, conforto, serenità, benessere. E niente potrà fermare questo movimento, cerchiamo di convincercene, altrimenti commetteremmo un errore storico. Questi movimenti di popolazione sono facilitati dallo sviluppo dei mezzi di comunicazione che trasmettono fuori dai confini l’immagine di una realtà non sempre precisa, ma apparentemente migliore se paragonata alle condizioni dei luoghi di partenza. Per esemplificare e riferendosi ad un evento attuale come la marcia degli honduregni verso gli Stati Uniti ricordiamo che il Pil annuo pro capite degli Usa (59.500 dollari) vale più di dieci volte il Pil annuo pro capite dell’Honduras (5.600 dollari).

Detto questo e tornando agli avvenimenti di casa nostra, osserviamo il fenomeno migratorio nella sua attuazione pratica.
Vi è una prima fase, quella gestita dai trafficanti di esseri umani: questi in cambio di cospicue somme di denaro trasportano i migranti in zone del mare dove le imbarcazioni vengono di proposito affondate per provocare l’intervento di mezzi navali di salvataggio, i quali nella maggior parte dei casi trasportano i migranti in porti europei.
Si passa alla seconda fase: quella dello sbarco che è attualmente regolato da accordi internazionali conclusi tempo addietro avendo a mente naufragi occasionali e incidenti in mare che coinvolgessero un numero limitato di individui. Fintanto che tali accordi internazionali non verranno modificati a ogni tentato approdo si verrà a creare una controversia basata su norme preesistenti, da molti considerate inadeguate.

L’Italia negli ultimi anni si è dimostrata molto efficiente nelle due fasi iniziali: recupero dei naufraghi e sbarco con contemporanea identificazione e accertamento delle condizioni fisiche e sanitarie delle persone coinvolte.
Le statistiche più recenti ci dicono che in Italia si trovano stranieri che assommano all’8 per cento della popolazione. Ma in Germania ve n’è il 12 per cento, in Svezia il 14 per cento, in Belgio il 13 per cento e in Francia l’11 per cento. A giudicare dalle statistiche pertanto l’Italia si colloca in una fascia bassa quanto a presenza di stranieri e in particolare di africani.
E allora su cosa è basato l’allarme creatosi nella popolazione e che ha avuto una importante ripercussione anche nelle recenti elezioni? Che l’allarme (motivato o meno che sia) esista non si può dubitare. Episodi esecrabili di violenza sia a opera che a danno di migranti soprattutto africani hanno fornito un sintomo allarmante che suscita indignazione ma anche sollecita interrogativi. Perché se – come ci viene detto – la situazione dal punto di vista dei numeri è lungi dall’essere definita critica la sensazione del pubblico è quella di un problema immigratorio grave?

Qui i governi succedutisi nel tempo dal 1991 (crisi d’Albania) a oggi dovrebbero fare un esame di coscienza approfondito: perché se la prima fase dell’arrivo dei migranti, il salvataggio, ha funzionato egregiamente grazie all’azione delle autorità marittime preposte e la seconda fase anch’essa, lo sbarco, l’identificazione e il controllo sanitario è stata compiuta in maniera soddisfacente, non così si può dire della terza fase, quella relativa alla gestione delle nuove presenze. In altre parole i migranti non sono oggettivamente moltissimi, ma sono molto visibili nelle nostre città numerosi migranti soprattutto africani sfaccendati e questo perché non è stato approntato per loro un sistema di inserimento in circuiti di operosità da parte delle autorità centrali o locali, a partire dall’attuazione di programmi di avviamento al lavoro. In moltissimi casi purtroppo all’iniziativa ufficiale, assente, si è sostituita la criminalità organizzata che è giunta a sfruttare in maniera indegna la manodopera rappresentata dai migranti.

Ho scritto che spesso gli errori vengono compiuti quando chi deve decidere si lascia guidare solo dall’ideologia. Anche Papa Francesco – che pure si trova al vertice di una religione basata su dogmi – ha ben individuato il rischio di farsi trascinare da pregiudizi favorevoli o sfavorevoli e ha indicato i limiti concettuali che devono essere alla base della gestione dei migranti da parte delle autorità civili, intervenendo sul tema delle migrazioni nel novembre dello scorso anno con il suo Messaggio mondiale per la Pace. «I migranti – ha detto Papa Francesco – devono partecipare pienamente alla vita della società che li accoglie, in una dinamica di arricchimento reciproco e di feconda collaborazione nella promozione dello sviluppo umano integrale delle comunità locali». In altre parole i migranti si devono inserire nella società nella quale si vengono a trovare al fine di promuovere quelle comunità che li accolgono.

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