Martedì 20 Novembre 2018 | 16:13

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Il senso di Conte per lo spread

«Sorvegliato a vista da Di Maio e Salvini sotto le telecamere nelle sedi istituzionali, riusciamo solo a immaginare larvatamente quale sia la vita del premier Conte nella prigione di Palazzo Chigi»

Il premier Giuseppe Conte

Giuseppe Conte

Nella Roma degli anni ’70, quando nel centro storico non era difficile incrociare un Gianni Agnelli o un Aristotile Onassis sotto discreta scorta, se ti aggiravi dalle parti di piazza Colonna o di piazza di Spagna, prima o poi ti capitava di imbatterti in Rino Barillari, il re dei paparazzi romani, con una Zeiss Ikon ed una Canon a tracolla. E se avevi la ventura di conoscerlo, dopo il cordiale saluto lui aggiungeva in romanesco «la guéra è guéra» che era, ed è tuttora, il suo mantra, nel senso che la foto choc bisogna sapersela conquistare pronunciando quell’irrinunciabile refrain, come un soldato giapponese, metti nel 1945, sul fronte del Pacifico andava all’assalto al grido di «Banzai!». Per la cronaca Rino Barillari nel 1987, quando era inviato de «Il Tempo», fu autore di vari scatti magistrali alla mia «personale» tenuta insieme ad Amintore Fanfani in veste di pittore alla galleria «La Gradiva» a piazza del Popolo.

Parallelamente, una leggenda metropolitana (che sembrerebbe quasi tratta da «La Ciociara» di Alberto Moravia – 1957) e dotata di una buona dose di humour nero sfumato, collegava lo slogan di Barillari alla barzelletta di quella vecchietta che nel 1944, ritrovandosi nell’agro romano in mezzo a tante ragazze stuprate (o meglio marocchinate) dai Nordafricani di prima linea, si offriva alla truppa giustificandosi con – la guéra è guéra – per non sentirsi esclusa dal… sacrificio. Insomma, una specie di #Me Too – io pure – all’inverso, Movimento nato in seguito alla denuncia del «New York Times» sugli stupri seriali di Harvey Weinstein, cui ha fatto seguito una legione di stupratori DOC fino a Cristiano Ronaldo. Dal #Me Too rivendicato dalla vecchietta ciociara al #metoo lamentato dalle più famose attrici di Hollywood, spesso minorenni all’epoca dei fatti (se con l’aiuto di Satana si potessero ottenere le rivelazioni dai revenant di una Hedy Lamarr, antesignana del nudo integrale, fino a Gloria Swanson e a Greta Garbo l’elenco si allungherebbe a ritroso) è chiaro che il senso dell’hashtag è completamente diverso. Ma nel secondo caso forse sarebbe stato utile aggiungere al #Me Too un bel «unfortunately» - purtroppo – onde fugare qualsiasi sospetto complottista di protagonismo spesso non supportato da valide testimonianze sugli stupri (cfr. Catherine Deneuve che si è pronunciata sui rischi d’eccesso).

Comunque v’è da prendere atto che #Me Too, nato in America, è ormai un Movimento senza confini e supera quello del cosiddetto «Vaffa» con la «V» maiuscola nel mezzo e altrimenti conosciuto come M5S. Qualcuno l’ha definito «A party born of a fuck off» (che scritto in inglese ha un impatto più soft) con a capo Luigi Di Maio vincolato da un contratto di governo con Matteo Salvini ed insieme i due stanno distruggendo la credibilità dell’Italia in Europa e nel mondo. Non essendosi a lor tempo accordati su chi dovesse fare il premier (oppure avendo ambedue il timore di farlo) sono andati a scovare a Firenze un avvocato (del popolo) titolare di cattedra, che magnanimamente ha accettato di trasferirsi a Palazzo Chigi rinunciando a un lusinghiero passaggio a «La Sapienza» di Roma, glissando su un presunto conflitto di interessi. Tal quale la credibilità del Belpaese viene messa in discussione in Europa a causa dei 2 vice, altrettanto il premier Giuseppe Conte non ha convinto per niente gli italiani e ancor meno i suoi colleghi con i quali ogni tanto si vede tra Bruxelles e Strasburgo, per non parlare di quelli dei vari G-7/8/9…

Sorvegliato a vista da Di Maio e Salvini sotto le telecamere nelle sedi istituzionali, riusciamo solo a immaginare larvatamente quale sia la sua vita nella prigione di Palazzo Chigi. E fuori di lì spesso è costretto a confermare quel che dice uno dei suoi tutori o a smentire quel che dice l’altro e viceversa. Su una sola cosa i due vicepremier sono d’accordo: e cioè nel mostrare il supremo disprezzo dello spread, adducendo che esso è frutto delle macchinazioni di Bruxelles contro l’Italia sovranista e sbattuto in prima pagina da tutti i giornali dello Stivale. Almeno su questo argomento il premier Conte tace. Forse, sia pur con voce afona, l’avvocato del popolo sarebbe in grado di contrastare per una volta l’incoscienza di quei due che stanno portando l’Italia al tracollo economico-finanziario, ivi compresi i risparmiatori che sono milioni ed esposti per miliardi di Euro. Perciò fiduciosi restiamo in attesa che venga quel giorno in cui Conte, Giuseppe Conte (alla maniera di 007) con ritrovata voce possa avere il sacrosanto diritto di dire finalmente la sua. Ve la scrivo in inglese, che suona più hard: - «Me Too».

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