Lunedì 19 Novembre 2018 | 06:01

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Se al povero Bacco non si fa più la festa

Niente vino, niente castagne. Quest'anno ognuno si sta a casa sua. Delusione per le migliaia e migliaia di pugliesi che si stavano preparando, anche quest'autunno, a immergersi nella magica atmosfera di «Bacco nelle gnostre».

Noci, «Bacco nelle Gnostre» non si farà e scoppia la  polemica

Niente vino, niente castagne. Quest'anno ognuno si sta a casa sua. Delusione per le migliaia e migliaia di pugliesi che si stavano preparando, anche quest'autunno, a immergersi nella magica atmosfera di «Bacco nelle gnostre». Di cosa parliamo? Di una delle tante sagre enogastronomiche d'Italia. Ma forse parlare di «sagra» è riduttivo. Partiamo dallo scenario: Noci, la piccola cittadina incastonata tra la Murgia e la Valle d'Itria. Nel suo ventre si trovano le gnostre, fascinosi cortili antichi, chiusi, socchiusi, infine aperti, tutti da scoprire, che fanno del centro storico il classico dedalo fiabesco. Bene, qui, per anni, ha preso vita una kermesse d'autunno fatta di degustazioni, vino novello, goliardia, animazione, una delle tante iniziative che da un nucleo primordiale d'improvvisazione, entusiasmo e volontariato si trasforma lentamente in una piccola industria ludica, con tanto di piano parcheggi, ordine pubblico, ottimi sponsor e soprattutto un oceano di persone incline all'epicureismo.

L'edizione 2018 è stata cancellata. E qui le spiegazioni si diversificano, tra ufficiale e ufficioso, accuse, veleni e sospetti. «L’Amministrazione comunale condivide la necessità di ripensare la manifestazione», il comunicato diramato dal Comune dopo il disimpegno degli storici organizzatori che hanno deciso di dare forfait. Diplomazia? Chissà. Intanto un’altra associazione che si era autocandidata all’organizzazione di Bacco tuona contro tutti e grida al complotto politico e allo scontro tra fazioni. Può una sagra (seppur patinata) trasformarsi nella scintilla di una faida? Sì, è possibile.

Le piccole comunità sono così, sempre in bilico tra la grande spinta all’evoluzione culturale e la zavorra dell’arretratezza. Un po’ provincia addormentata (Michele Prisco) un po’ Macondo della mala hora (Gabriel Garcia Marquez), perfino un po’ peyton place (si perdoni la citazione esageratamente pop). Vista dall’esterno, sembra che qualcuno abbia deciso di prendere il posto di qualcun altro, magari convinto che un’esperienza collettiva come può esserlo una festa non può diventare un monopolio. Non dimentichiamo, poi, il retropensiero che ha preso a diffondersi peggio di un virus: quell’idea malsana per cui ogni cosa, anche la migliore o la più semplice o assolutamente innocua, sia il paravento di un bieco affare. Ne abbiamo lette e sentite talmente tante da sviluppare non già una coscienza critica bensì un sentimento negativo per cui, a prescindere, dev’esserci del marcio in Danimarca!

Di fatto una delle manifestazioni più carismatiche ed evocative della Puglia, quest’anno spegne le luci. Con tutto il contraccolpo per un ampio perimetro di locali, ristoranti, alberghi e b&b, perché si sa che simili kermesse non si fermano agli stand del centro storico ma mettono in moto una felicissima microeconomia territoriale. Ecco perché alla storiella della «necessità di ripensare» credono in pochi. E allora? La verità, per ora, è custodita come un testamento che vai a sigillare dal notaio quando pensi che le tue volontà scateneranno battaglie fratricide. Non dimentichiamo, in ogni caso, il sangue che scorre nelle vene dei nocesi: normanno e aragonese, spagnolo e francese, carbonaro. Complotti, alleanze, guerre, saccheggi. Altro che sagra!

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