Mercoledì 14 Novembre 2018 | 03:10

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La separazione dei poteri e lo strapotere dei politici

«L’incendio, in realtà, l’ha appiccato lo stesso Salvini quando s’è appuntato sul petto le “medaglie” – come le chiama lui – delle inchieste giudiziarie nei suoi confronti»

Di Maio incontra Salvini, prima temi poi nomi

Sarà anche vero che il presidente della Repubblica, nella sua duplice responsabilità di garante dell’unità nazionale e presidente del Consiglio superiore della magistratura, può (e forse deve) chiedere di “spegnere l’incendio” di fronte alle farneticazioni eversive di Matteo Salvini contro le toghe. Ma c’è un limite a tutto. E ormai il povero barone di Montesquieu si starà rivoltando nella tomba a vedere così bistratta e vilipesa la sua fondamentale teoria sulla separazione dei poteri.
L’incendio, in realtà, l’ha appiccato lo stesso Salvini quando s’è appuntato sul petto le “medaglie” – come le chiama lui – delle inchieste giudiziarie nei suoi confronti. Una per il sequestro dei fondi della Lega e la restituzione dei 49 milioni di euro “spariti” ai tempi della segreteria Bossi; l’altra per l’indagine della magistratura siciliana a suo carico per sequestro di persona aggravato a bordo della nave Diciotti, bloccata nel porto di Catania. E l’ha alimentato, soffiando sul fuoco delle polemiche, per proclamare subito dopo “io sono eletto, i pm no”, come se l’investitura parlamentare fosse un salvacondotto o un esonero a vita.

Poi, dopo aver attaccato al muro dietro la sua scrivania al Viminale l’avviso di garanzia della Procura di Palermo, il vicepremier leghista ha negato di aver “attaccato” i magistrati per fermare l’incendio provocato dalle sue esternazioni. Tanto più gravi e sconcertanti perché Salvini – come si sa - è anche il ministro dell’Interno, capo della Polizia di Stato e tutore della pubblica sicurezza. Ma quando il suo collega pentastellato Luigi Di Maio ha rivelato di averlo convinto a non contestare la magistratura, s’è affrettato a smentirlo per controbattere invece che lui fa di testa sua.

Tutto ciò dovrebbe essere già sufficiente per dire che Salvini non sa neppure chi sia Montesquieu né tantomeno in che cosa consista la separazione dei poteri. Al di là della sua “ritrattazione”, il comportamento del vicepremier denota una preoccupante confusione mentale sui ruoli e sulle funzioni istituzionali: a cui – per la verità – non sembra estraneo neppure il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, esponente del M5S, quando interferisce con l’indagine della magistratura sul crollo del ponte di Genova. Al leader leghista si deve contestare in più il fatto che esibisce lo “status” di parlamentare per replicare alle iniziative giudiziarie, quasi a rivendicare uno strapotere dei politici e una pretesa d’impunità.

Quanto al “caso Diciotti” e alla presunta “fuga” di sedici migranti dal centro di Rocca di Papa, i profughi che fanno domanda d’asilo – a differenza degli irregolari - non possono essere trattenuti. E infatti, sono stati successivamente fermati per essere identificati e poi rilasciati. D’altra parte, chi altri avrebbe potuto o dovuto sorvegliarli se non la Polizia che dipende dal ministero dell’Interno?

Con buona pace di Salvini, basta consultare la libera enciclopedia Wikipedia su Internet per apprendere che la separazione o divisione dei poteri è uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto e della democrazia liberale. In forza di questo presupposto, l’amministrazione pubblica si divide appunto in tre poteri, l’uno indipendente dall’altro a garanzia della libertà dei cittadini: quello legislativo (il Parlamento), quello esecutivo (il governo) e quello giudiziario (la magistratura). A questi, nel linguaggio più comune, si aggiunge solitamente un “quarto potere” che sarebbe rappresentato dalla stampa e dagli altri organi d’informazione.

Quando il vicepremier - o qualsiasi altro deputato o senatore, legittimo rappresentante del potere legislativo – si oppone agli atti e alle iniziative del potere giudiziario in virtù del fatto di essere stato eletto dal popolo, contraddice perciò la separazione dei poteri e compromette l’equilibrio istituzionale. “La legge è uguale per tutti”, c’è scritto (ancora) nelle aule dei nostri tribunali. Ed è uguale anche per i parlamentari, per i ministri e per il presidente del Consiglio dei ministri. Nell’ordinamento di uno Stato democratico, nessuno è o può considerarsi al di sopra o al di fuori della legge.
A proposito della “sceneggiata” di Salvini, nei giorni scorsi Ugo De Siervo, giurista, accademico, ex presidente della Corte costituzionale, ha osservato: “Non è assolutamente ammissibile che il ministro cerchi di contrapporre i suoi comportamenti a quelli degli organi giudiziari in nome della mancata elezione di questi ultimi, quasi che gli organi elettivi siano da esentare da eventuali responsabilità penali”. A suo parere, “è in gioco non solo l’eguaglianza di trattamento dei cittadini, ma la necessità che i massimi responsabili della politica statale, già privilegiati sotto molti profili, siano consapevoli pure delle loro responsabilità”.

Toccherà quindi alla magistratura, e solo alla magistratura, decidere in merito alle due inchieste di Genova e di Palermo. Accertare i fatti, verificare le responsabilità, assolvere o eventualmente condannare. Salvini diventerà così un martire agli occhi dei suoi elettori e seguaci? Staremo a vedere. Può anche darsi che ciò accada, ma prima o poi i martiri finiscono in croce.

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