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In Puglia e Basilicata

L'analisi

Criminalità nei campi: fenomeno globale

Criminalità nei campi: fenomeno globale

Sia che si tratti di uomini di governo, di imprenditori o di rappresentanti sindacali, in queste ore ciò che viene proposto e predisposto per ridare dignità ad esseri umani segregati, a un territorio e addirittura all’intero comparto agricolo assume la forma di una promessa: di una mobilitazione, di una imminente ricerca di colpevoli, di un patto di solidarietà tra autoctoni e migranti.

10 Agosto 2018

Fiammetta Fanizza

Le parole utilizzate per condannare il caporalato e stigmatizzare l'emergenza umanitaria legata allo sfruttamento del lavoro agricolo rischiano anche stavolta di fare leva sulle emozioni. Sia che si tratti di uomini di governo, di imprenditori o di rappresentanti sindacali, in queste ore ciò che viene proposto e predisposto per ridare dignità ad esseri umani segregati, a un territorio e addirittura all’intero comparto agricolo assume la forma di una promessa: di una mobilitazione, di una imminente ricerca di colpevoli, di un patto di solidarietà tra autoctoni e migranti.

Sebbene le promesse inneschino una catena di emozioni cui anche le analisi economiche e sociali prestano ormai grande attenzione, la consistenza e il raggio d'azione del caporalato richiede un’attenzione specifica e soprattutto una dedizione costante e continuativa. Infatti, come affermato sin dall'agosto 2010 dal documento Europol intitolato «Knowledge Product. Organised Crime & Energy Supply. Scenarios to 2020», il caporalato è un fenomeno globale. A seguito di numerose inchieste ed operazioni condotte anche in collaborazione con le Forze dell'ordine Italiane, Europol disegna uno scenario in cui vere e proprie organizzazioni criminali transnazionali utilizzano metodi mafiosi per imporre regole e influenzare l'andamento dei mercati agricoli ed ortofrutticoli. Dunque i caporali non si occupano soltanto di selezionare e ingaggiare i lavoratori agricoli o di stabilire quante ore dura e quanto viene pagata una giornata di lavoro di un bracciante. Il potere dei caporali consiste nel decidere quanto produrre e come ripartire i prodotti sui mercati. Soprattutto, consiste nella capacità di stipulare accordi con la Grande distribuzione organizzata e, di conseguenza, di dettare le condizioni per gli approvvigionamenti dei mercati sia italiani che esteri.

Nello quadro tracciato da Europol inquieta la spiegazione di come queste organizzazioni agromafiose siano riuscite a realizzare nelle campagne italiane un regime fondato su hubs criminali. Utilizzando piccole e medie aziende, le agromafie sarebbero sempre più in grado di controllare il territorio e di assicurare assoluta prosperità a traffico internazionale di armi e droga, riciclaggio di denaro, prostituzione e tratta di esseri umani. Nella pianta italiana degli hubs, la Puglia in virtù della sua posizione geografica particolarmente strategica come «snodo di servizio» avrebbe un ruolo determinante.
Rispetto a questo scenario, dibattere sull'opportunità di affidare o meno a società private il trasporto dei braccianti, polemizzare sull'efficacia di una legge sul caporalato (comunque emanata con inspiegabile ritardo soltanto nel 2016) e addirittura addossare la colpa ai vincoli imposti dall'Unione Europea è una colpevole omissione di soccorso, non soltanto nei confronti dei migranti, nuova categoria di «contadini senza terra», ma anche rispetto a un'economia rurale e uno sviluppo locale consapevolmente negato.

Se dunque, come ho già più volte sostenuto in studi e ricerche pubblicate insieme ad altri colleghi sociologi, il tema della globalizzazione delle campagne è, insieme a quello della segregazione abitativa (ghetti) dei braccianti agricoli immigrati, un tema centrale di una nuova questione meridionale, sarebbe auspicabile che la politica delle emozioni e anche le contese di partito lasciassero spazio al coraggio ed all'assunzione delle responsabilità. Inspiegabile resta infatti il mai avvenuto smantellamento del Gran ghetto di Rignano. Più volte annunciato, è stato sempre rinviato per cause varie: incendi dolosi, mancato allestimento di tendopoli per ospitare i migranti, conflitti di attribuzioni e competenze tra pubbliche amministrazioni.

La mappa dei ghetti in provincia di Foggia è talmente vasta che delimita ormai lo spazio, ossia individua i «non luoghi» dello sfruttamento senza impedire alla polemica e allo scontro politico di continuare a promettere all'infinito.

Fiammetta Fanizza
Sociologa Università di Foggia

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