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l'iniziativa

Tirana, un museo
nel bunker antiatomico
del dittatore Hoxha

Tutto nasce da un'idea del giornalista Carlo Bollino

Tirana, un museonel bunker antiatomicodel dittatore Hoxha

UGO SBISA'

Un museo, anzi due, per ricordare gli anni bui del regime comunista di Enver Hoxha, che portò l’Albania a porsi ancora più a sinistra della Cina di Mao fino a rinchiudersi in un insensato isolazionismo. Un’operazione della memoria per consegnare in eredità alle nuove generazioni di albanesi il ricordo di qualcosa che riuscirebbe difficile immaginare se ci si dovesse basare solo sul ricordo dei più anziani, ma anche una preziosa testimonianza per i visitatori occidentali che, probabilmente, non hanno mai avuto un’idea sufficientemente chiara di cosa fosse stata l’Albania nel lungo arco di tempo della dittatura, racchiuso fra il 1944 e il 1990 e, soprattutto, non immaginavano minimamente da cosa fossero in fuga le decine di migliaia di persone che, nel 1991, giunsero a più ondate sulle coste pugliesi rincorrendo il sogno di una vita migliore. È questo, in sintesi estrema, il senso di «Bunk’Art», sorta di museo della memoria che a Tirana documenta un piccolo, ma pur sempre drammatico olocausto della ragione, appunto quello che, fra le altre cose, spinse Hoxha a realizzare in tutto il paese ben 175mila bunker, spinto dall’ossessione della possibile invasione e persino dell’attacco nucleare da parte di un nemico talmente irreale da non essersi mai materializzato fino al dissolvimento della dittatura.

Oggi quei bunker sono ovunque, specie a Tirana, dove spuntano come funghi nei numerosi parchi e persino nei giardini di qualche grande albergo e sono diventati parte dell’arredo urbano. Ma due di essi, i più importanti, sono appunto stati trasformati in museo per iniziativa di un pugliese, il giornalista Carlo Bollino - già direttore della Gazzetta del Mezzogiorno - che è riuscito a convincere le autorità locali, dalle quali ha ottenuto anche molti documenti a lungo rimasti segretati. Ai visitatori della capitale albanese salta subito all’occhio il secondo in ordine di allestimento, il «Bunk’Art 1», posto a cinque minuti dalla centralissima piazza Skanderbeg e collegato, tramite un tunnel sotterraneo, al Ministero dell’Interno. Nelle stanze oppressive di questa struttura in cemento, sono ricostruiti i locali per gli interrogatori, esposti gli strumenti – rudimentali, ma efficaci – utilizzati dallo spionaggio, le foto delle vittime di quanti caddero nelle maglie della «Segurimi», la polizia segreta o quelle dei numerosi religiosi uccisi negli anni del regime.

Tuttavia, a destare una sensazione maggiore è l’altro «Bunk’Art», situato alla periferia della città, in una zona collinare tutt’oggi militarizzata: un bunker a prova di attacco atomico che si estende per la bellezza di 2680 metri quadrati e che avrebbe dovuto ospitare il dittatore Hoxha – del quale si possono visitare lo studio privato, la camera da letto e persino lo spartano gabinetto – insieme con la nomenclatura del regime. Vi si accede attraversando un lungo tunnel sotto la collina e offre ai visitatori un’ampia documentazione di fotografie, filmati e memorabilia, accompagnandoli nel periodo dell’occupazione fascista – che fornì a Tirana la struttura urbanistica e gli edifici governativi tutt’oggi esistenti – in quello della presenza nazista, della resistenza e così via fino al crollo del regime. E tuttavia, a restare impresse nella memoria sono alcune stanzette nelle quali vengono ricreati gli ambienti delle abitazioni dell’epoca della dittatura: l’ossessione per il comunismo reale aveva portato Hoxha a volere che non solo i mobili, ma persino piatti, tazze e bicchieri dovessero essere uguali in tutte le case, per far sì che nessuna «erba del vicino» potesse mai apparire più verde. Ambienti tristi, che si visitano mentre rudimentali apparecchi televisivi trasmettono i programmi e i notiziari dell’epoca, appunto uniformati a un regime che non si limitava a rifiutare l’Occidente, ma si spingeva quasi fino al punto di negarne l’esistenza, cercando di rimuovere tutto ciò che non fosse identificabile come albanese: lo ricorda anche Besim Petrela, il responsabile del festival «Jazz in Albania», confessando candidamente che, in quegli anni bui, suonare una musica «non albanese» era un reato punibile con l’arresto e in alcuni casi persino con la pena di morte.

Il ritorno alla superficie dopo le visite a questi incredibili musei sotterranei è due volte illuminante, perché oltre a riportare i visitatori alla luce del sole, li aiuta anche a capire meglio le contraddizioni – a tratti decisamente stridenti – di un paese che deve ancora finire di fare i contri con il proprio passato, ma che scalpita da tempo per garantirsi uno standard di vita che appare come una sorta di capitalismo in salsa balcanica. Ecco allora che a Tirana, ricca di verde e di giardini e mediamente più pulita di molte città italiane, sorgono in continuazione nuove costruzioni, palazzoni dalle facciate di cristallo, piccoli grattacieli frutto di una cementificazione non sempre ben regolata, ma che è sintomo di un cambiamento, di una crescita alla quale sembra che il governo presieduto da Edi Rama si accinga a dare nuove regole. Comprare una casa in queste nuove costruzioni costa all’incirca mille euro al metro quadro, uno sproposito se si considera che un buono stipendio albanese non supera i 250 euro al mese, eppure la vita corre frenetica, sostenuta da un’economia che cresce fra luci e ombre. La quantità di supercar che rombano lungo le vie del centro salta subito all’occhio del visitatore, così come la vivace movida serale nei bar e negli eleganti ristoranti del «blloku», il quartiere un tempo inaccessibile nel quale c’era la residenza di Hoxha e che oggi è invece diventato il cuore pulsante della città. La metà dei ristoranti propongono cucina italiana – la nostra lingua, peraltro è parlata quasi ovunque – ed è gestita da chef rientrati in patria dopo lunghi tirocinii nel Belpaese (specie in Puglia).

E sorprendono gli stranieri per l’ottima qualità della cucina oltre che per i prezzi più che contenuti. Gli albanesi, fanno notare gli osservatori più attenti, non sono un popolo di risparmiatori e spendono tutto ciò che guadagnano, ma certi giri di denaro insospettirebbero anche i più benpensanti.

Pregi e contraddizioni, quindi, per un paese ricco di risorse naturali (acqua dolce, gas, energie pulite), ma che ancora non si è dotato delle infrastrutture per poterne usufruire e che, paradossalmente, ha già portato le fibre digitali persino in zone nelle quali lo standard di vita è ancora fermo a oltre un secolo fa. Ora la nuova frontiera è il turismo che potrebbe diventare la principale fonte di reddito per un territorio ricco di bellezze naturali e storico archeologiche oltre che di tradizioni antiche e fascinose. L’impresa è impegnativa e metterebbe l’Albania in competizione innanzitutto con la vicina Grecia, rispetto alla quale è decisamente più economica. Una sfida intrigante che ha però bisogno di regole, senza le quali non si va da nessuna parte.

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