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Dopo l'Oscar

Green Book, quell'America bianca dalla coscienza nerissima

Il film ha ricevuto molte critiche, ma riapre una finestra sugli anni della segregazione

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Troppo «yankee», fastidiosamente buonista, gravato da un eccesso di «politically correct»: sono solo alcune delle critiche mosse a Green Book, la pellicola di Peter Farrelly premiata, fra gli altri, con l’Oscar per il miglior film, che racconta la storia vera dell’amicizia tra il pianista afroamericano Don Shirley e il suo autista italoamericano Tony Vallelonga. E non sorprende che, a rivolgere le critiche più feroci, ci sia stato il regista Spike Lee, da sempre in prima linea nel rivendicare il ruolo degli afroamericani nella vita statunitense, il cui BlackKklansman – a sua volta premio Oscar per la migliore sceneggiatura non originale – racconta in termini crudi una vicenda molto più scabrosa dell’America razzista. Comunque la si voglia mettere, il film di Farrelly - che ricorda in un certo senso una versione a parti invertite di A spasso con Daisy di Bruce Beresford – pone l’accento su aspetti che non tutti ricordano e che molti altri addirittura ignorano e, a prescindere dal modo edulcorato in cui lo fa, apre uno spaccato significativo sugli anni della cosiddetta segregazione, teoricamente abolita nel 1964 da quel Civil Rights Act fortemente voluto da John Fitzgerald Kennedy – che però venne assassinato prima di vederlo approvato – e che pose fine alle leggi discriminatorie (i cosiddetti «black codes») nei confronti degli afroamericani.


In questo senso, si può ben dire che la vicenda di Don Shirley (1927 – 2013) sia esemplare perché sintetizza una serie di problemi che non hanno risparmiato nemmeno alcuni fra i più grandi artisti della comunità afroamericana, a cominciare dalla diffidenza nutrita dall’America bianca nei confronti di un musicista nero che volesse accostarsi al repertorio della musica cosiddetta «classica». Shirley aveva studiato pianoforte addirittura al Conservatorio di Leningrado ed è paradossale che il colore della sua pelle non avesse minimamente creato problemi ai musicisti dell’Unione Sovietica, mentre invece lo avesse costretto a dedicarsi a ben altri generi musicali nella democratica America. Era in buona compagnia del resto: William Grant Still (1895 - 1978), il primo grande compositore afroamericano del Novecento, aveva studiato violino persino col sommo Joseph Joachim – amico personale di Brahms – ma poi si dovette accontentare del successo riscosso dai suoi lavori «leggeri» composti negli anni della cosiddetta Harlem Renaissance. E persino la celebre cantante Nina Simone si era avvicinata alla musica con il sogno – poi frustrato – di diventare una pianista classica: mai e poi mai, le fu fatto notare, il pubblico avrebbe potuto accettare di ascoltare una Sonata di Beethoven eseguita da una interprete dalla pelle scura.


Anche le umiliazioni subite da Don Shirley durante il tour negli Stati del Sud razzista la dicono lunga su cosa fosse l’America nella prima metà del Novecento. Duke Ellington – non proprio l’ultimo arrivato quindi – sin dal 1934 decise di acquistare tre vagoni ferroviari per portare in tour la propria orchestra senza dover sottoporre i musicisti all’umiliazione di viaggiare in condizioni disagiate per il fatto di non essere bianchi. Ma i vagoni, ovviamente, non risolvevano il problema degli alberghi laddove, se in qualche orchestra (poche, per la verità, con la rimarchevole eccezione di quella di Benny Goodman) suonavano assieme musicisti bianchi e neri, si rendeva necessario destinarli in alberghi differenti.
La stessa regola valeva anche nei club, dove persino a grandissime artiste come Billie Holiday o Ella Fitzgerald era tassativamente proibito, nelle pause tra i vari set, accomodarsi ai tavolini insieme con il pubblico, anche se l’invito a farlo proveniva da un fan bianco. La segregazione, del resto, si riverberava pure sul pubblico, che in principio non doveva assolutamente essere promiscuo. Un primo passo verso il cambiamento fu fatto verso la fine degli Anni ’40 in California da un giovane impresario bianco di nome Norman Granz, il fondatore della leggendaria etichetta discografica Verve e l’inventore di una formula musicale di successo, il Jazz at the Philarmonic, che proponeva in concerti dal vivo delle formazioni di «tutte stelle». Con l’aumentare delle richieste, Granz cominciò a imporre nei propri contratti la cosiddetta clausola antidiscriminatoria, con la quale i titolari dei teatri si impegnavano a vendere i biglietti sia ai bianchi, sia ai neri, accettando la cancellazione dell’evento in caso di mancato rispetto.


Un traguardo significativo, ma non sufficiente, se si considera che proprio la gaudente California fu teatro di una discriminazione odiosa ai danni di Nat King Cole che nel 1948 aveva acquistato una casa in un ricco quartiere residenziale di Los Angeles. Era però l’unico afroamericano in una enclave bianca e infatti i proprietari non tardarono a fargli capire di essere un elemento indesiderato. Nulla rispetto a quanto gli accadde alcuni anni più tardi. Da sempre impegnato sul fronte della rivendicazione dei diritti dei neri d’America, Cole non accettava scritture in locali dove veniva praticata la segregazione. E forse anche per questo, in occasione di un concerto tenutosi a Birmingham, in Alabama, venne addirittura aggredito mentre si trovava sul palco riportando delle ferite. Terminò il concerto, ma giurò che non avrebbe mai più messo piede nel Sud razzista e così fu.

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