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Il futuro della lingua

Come cambia l'italiano: tutti i modi per dire «ciao»

Dall'antiquato «schiavo vostro», agli attualissimi «bella» e «ciaciao»

Come cambia l'italiano: tutti i modi per dire «ciao»

In principio era sc’[a]vo vostro, dove schiavo stava per servo: un modo di salutare con deferenza nella Venezia che fu. Poi, grazie ai capitomboli glottologici che le parole sanno fare nella testa e nella bocca dei parlanti, quel saluto si è via via trasformato nella voce lombarda ciao. E chi l’avrebbe detto che, abolita la schiavitù da un pezzo (almeno formalmente), nel salutarci confidenzialmente noi dovessimo usare ancora oggi una parola che voleva dire «schiavo», a ulteriore dimostrazione che i tempi della lingua sono assai più lunghi di quelli della storia, come peraltro argomentano gli antropologi?
Stiamo evidentemente parlando della parolina che ci piace sventolare nell’avvicinare un amico o nell’allontanarci da lui dopo un incontro cordiale. Anche se «Cetto La Qualunque» ‒ il fortunato personaggio lanciato da Antonio Albanese ‒ usava questa bella interiezione per dire «qualunquemente addio» o peggio… contro un qualche nemico da accoppare, più in generale «ciao» è una sorta di caloroso lasciapassare circolante tra persone che usano darsi del tu, come affermano persino le parole crociate.
Da questo punto di vista, non è difficile ipotizzare che all’enorme successo toccato al motociclo chiamato «Ciao» e prodotto dalla Piaggio tra il 1967 e il 2006 abbia contribuito anche un nome così amichevole, così gioviale e sbarazzino.


Orbene, da qualche anno questa parolina, che insieme all’aggettivo «bella» ha fatto la Resistenza e che sprizza simpatia da tutte le sue quattro lettere (una consonante e tre vocali una dietro l’altra), da qualche anno essa viene trattata in controtendenza rispetto a quella diffusa forma di economia espressiva che presiede alla comunicazione familiare e che, per risparmiare il fiato, ci fa chiamare «Miche’» un Michele o ci fa dire «‘ngiorno» al posto di buongiorno. La stessa modalità sparagnina che fa dire ai giovani «raga’» al posto di ragazzi o «Amo’» al posto di Amore (gli esempi da addurre sarebbero davvero tanti, ma vogliamo risparmiare il fiato…!).
Per non tirare in ballo la tirchieria digitale da cui sono affetti i cosiddetti «smanettatori» o messaggiatori che dir si voglia.
E come si manifesta tale controtendenza? Si manifesta attraverso una semplice duplicazione lessicale che consente di inventare un nuovo moderno saluto: «ciaociao», accorciato in «ciaciao» per esigenze di pronuncia e utilizzato per chiudere una comunicazione o uscire da un veloce scambio di informazioni.


Il verbo inventare, però, lo si deve applicare alla persona o alle persone che per primi hanno commesso tale scialo glottologico e sperpero fonetico, ma tutti gli altri dove li mettiamo? Purtroppo tutti gli altri, se non si offendono, bisognerebbe metterli in un ovile, perché non hanno fatto altro che sintonizzarsi con il numeroso gregge voglioso di adottare una formula vincente, anche a costo di sprecare fiato.
Accade così che per strada o per telefono, al bar o all’uscita dalla messa, per chiudere uno scambio, ci tocca incassare un saluto che, alla lettera, dovrebbe voler significare «doppiamente schiavo» (schiavo… della controtendenza e… dell’ovile).
E così, quello che doveva essere un segno di originalità, grazie alla sua metastatica popolarità, si è trasformato in un invito all’omologazione. Vogliamo disturbare Pasolini e i suoi pessimistici quanto realistici vaticini? Mah! Forse non ce n’è bisogno.
C’è bisogno, invece, di notare come questo nuovo saluto, nonostante il raddoppiamento delle lettere originarie e l’allungamento fonetico, rechi in sé un’idea di tempo veloce e contratto, tipica dei giorni nostri. «Ciaciao» come per dire «Presto; devo andare; statti buono».
E c’è pure bisogno di tornare a riflettere sulle dinamiche psicosociali che caratterizzano i fenomeni tipici della comunicazione di massa, le stesse che conducono migliaia di persone verso la pizza del sabato sera o verso un certo film cosiddetto cult, le stesse che agiscono anche dietro la spinta di certe pulsioni emotive come l’invidia, la paura di rimanere soli e la conseguente massificante emulazione.


Forse per non cadere in questa trappola, nel campo della comunicazione scritta, allorquando si invia una mail a un amico, qualcuno adotta la variante «ciau», praticata in Piemonte: una chiusura ad effetto. Così come ad effetto è, sia nella comunicazione scritta sia in quella orale, il ciao che vuol dire «basta» «chiuso», «facciamola finita», in linea con il «La Qualunque-pensiero».
Tornando alla moda attuale, è difficile resistere alla tentazione di azzardare un qualche nesso tra l’origine di una parola nata a partire dalla locuzione «schiavo vostro» e l’attuale approdo semantico che ‒ per ciò che si è detto ‒ comporta pur sempre un certo grado di servitù nei confronti del sentito dire e della maggioranza per così dire silenziosa. Così silenziosa che, per farsi sentire, a volte deve raddoppiare le sillabe.

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