Si intitola In un lampo il giorno il nuovo album di Lamina, alter ego sonoro di Max Nocco, figura chiave del panorama underground musicale salentino. Undici tracce come frammenti di un’alba interiore, registrate tra le mura di casa e pensate per esistere prima di tutto nello spazio intimo dell’ascolto. L’immagine fondativa è semplice e potentissima: piena campagna, Castiglione d’Otranto, motore spento, il freddo che punge, un cellulare in mano e un’alba che sembra voler dire qualcosa. In quello scatto nasce un progetto che è insieme disco, diario sonoro e dispositivo di memoria. Stampato in pochissime copie – trenta vinili tra edizione trasparente e nera – e destinato poi a vivere su Bandcamp, il disco esce per Pills Records come oggetto raro, quasi clandestino, che rivendica una dimensione artigianale in un’epoca di smaterializzazione totale. Una scelta precisa per restituire alla musica il suo peso fisico, il tempo di sedimentazione, il diritto all’imperfezione.
Le canzoni sono state prodotte e registrate tra il 2020 e il 2025 in un arco temporale che attraversa pandemia, isolamento, riscrittura delle abitudini e della percezione del tempo. Buk si ispira ai versi di «Fuori posto» di Charles Bukowski, mentre Isola Spazio rielabora le voci dei fratelli Judica Cordiglia del 1961, pionieri italiani delle intercettazioni radio dallo spazio. Il mastering e il taglio vinile sono affidati a Marco Santoro di 73049 Dubplate Studios, mentre la copertina è una fotografia dello stesso Nocco: l’alba nelle campagne di Castiglione da cui tutto ha avuto origine.
Nocco, «In un lampo il giorno» suggerisce fugacità, un istante che passa subito. Quale idea l'ha ispirata per questa immagine?
«Non ce n'è una ben precisa, ma un istante. C'è un chiarore, nella foto copertina, che cerca quasi di farsi spazio, quasi “sgomita” per venire fuori, far vivere qualcosa di nuovo. In sostanza è solo un altro giorno che vuole essere vissuto, possibilmente appieno. Nel retro-copertina, per spiegare meglio la faccenda, ho scritto: “Da qualche parte, forse proprio vicino a te, Lamina si sveglia e inizia a respirare. Giusto il tempo di un caffè, del brusio quotidiano, di una spolverata tra i migliori ricordi ingialliti. Quasi sempre poco prima della pioggia, durante il passaggio di una frequenza, nel lento soffio di qualcosa che sta per accadere. Chissà, forse proprio vicino a te”».
Racconta di un'alba speciale a Castiglione che ha dato il via a tutto: cosa le ha fatto scaturire la voglia di dare vita al progetto Lamina?
«Sì, ero nelle campagne, in un'alba credo del novembre 2021. Mi fermo, spengo il motore della macchina e, senza scendere (anche perchè il freddo era pungente), faccio uno scatto con il cellulare. Ho capito che avevo tra le mani una possibile copertina per un mio nuovo disco. In realtà, pensavo già ad un secondo volume di “de Nulla” (il primo uscì nel maggio del 2020), poi Lamina ha preso il posto del mio nome. Penso sia azzeccato, ascoltando le sonorità all'interno dell'album, così come il titolo».
Ha registrato tutte le tracce tra le mura di casa: come ha influito l'isolamento sulla sua creatività e sul suono del disco?
«Amo lavorare in solitudine, l'ho sempre fatto, tranne quando suonavo la batteria molti anni fa. Avevo solo voglia di fare un disco più sbilanciato verso l'ambient rispetto alle mie produzioni più ritmiche. Probabilmente, per le tracce più vecchie, il lockdown ha fatto il resto».
Come sceglie le sue fonti di ispirazione e quanto influenzano la musica finale?
«Nel disco ci sono solo due ospiti, due amici e grandi artisti: Massimo Colazzo, che presta la sua voce per “Buk”, e Gianluca Milanese, presente con i suoi flauti in “Strada del non ritorno”. “Buk” nasce dalla lettura di “Fuori posto” di Bukowski, una poesia in cui mi ritrovo totalmente, versi che spesso rileggo per dare un senso al mio “viaggio”. Sui fratelli Cordiglia, e sui loro segnali radio, ci sono capitato per puro caso, leggendo un paio di articoli online. Da qui è nato il titolo “Isola Spazio”, brano che chiude l'intero album. Credo sia il finale perfetto per un disco fatto di attimi. Altre fonti sono i continui ascolti giornalieri, essere curiosi e prestare la massima attenzione anche per generi decisamente lontani dal mood del disco».
Il vinile è stampato in pochissime copie. Che valore dà oggi al supporto fisico in un’epoca dominata dal digitale?
«Solo trenta copie, una stampa da collezione numerata a mano con vinile nero e trasparente, dischi creati ad hoc. Da febbraio, poi, sarà disponibile in digitale su Bandcamp. Ho smesso di essere un integralista del supporto, per me conta solo la musica. Ma sono nato con i dischi in vinile, ne posseggo a migliaia. Sono anche consapevole che bisogna lasciare una “traccia” fisica del proprio passaggio, quindi un bel 33 giri è l'ideale, superiore all'idea di una musica liquida che ormai si confonde con tutto. Anche per questo, da qualche anno, è nata l'etichetta discografica Dischi Spranti, fondata da me e da Marco Erroi, con il supporto artistico di Massimo Pasca. Una label che si occupa di produzioni elettroniche nate nel Salento, con all'attivo un paio di compilation a tema realizzate proprio su vinile (il terzo volume è in dirittura d'arrivo). Ma questa è un'altra storia».















