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In Puglia e Basilicata

Musica è...

Se comanda la legge del tutto esaurito

Il palco allestito per il concerto di Taranto del 1° maggio (Foto Todaro)

Il sistema di sovvenzioni pubbliche in Italia è basato sul numero di biglietti venduti. Non può essere l’unico criterio

12 Luglio 2022

Emanuele Arciuli

Cos’è la musica classica? E cos’è il jazz? Viene da chiederselo, ogni tanto, consultando i programmi di alcune manifestazioni culturali, specialmente estive. L’impressione generale, con ottime eccezioni a legittimare una residuale speranza, è che sia in atto una resa. Ormai incapaci di educare il pubblico, si cerca di assecondarne il gusto, o il gusto presunto, e questo processo – che non conosce fine – è una partita destinata senza dubbio alla sconfitta. Sconfitta di cosa? Della musica come pensiero, arte, scoperta, invenzione. Della musica come sentinella di una coscienza critica, di termometro di una temperie culturale, di creatività sovversiva e visionaria.

Sostituita dal rassicurante rumore di fondo di un intrattenimento dal retrogusto televisivo.

Ormai i concerti di musica da camera necessitano di personaggi noti «al di fuori» del mondo della musica, che divengono utili traini per un pubblico che «altrimenti non ci viene».

In altre occasioni è invece l’autore conosciuto a funzionare da brand: un teatro vuol fare il sold out? E allora programma le nove Sinfonie di Beethoven, o i cinque Concerti; a seguire Rachmaninov, Chopin, in America – udite udite – Sibelius e Shostakovich. Prevengo l’obiezione: non ho nulla contro questi autori e tutti gli altri, li studio, li eseguo, li insegno e ne scrivo. Solo che mi chiedo, con questa frenesia da sold out, con questa sindrome da «tutto esaurito», con questa nevrosi da sbigliettamento, dove si finirà. Alcuni autori, semplicemente, scompariranno. Vi immaginate un teatro che abbia duemila posti e che voglia mettere in programma i Cinque Pezzi op.16 di Schoenberg? Avete mai ascoltato Farben? È il terzo di questi brani, una composizione incredibile, di forza espressiva dirompente, di eleganza assoluta, dai colori (ça va sans dire) meravigliosi, enigmatica, difficile, misteriosa. E che porta in sé i tormenti, i travagli, le intuizioni e il genio di un percorso doloroso e ineluttabile del maestro viennese, verso l’ignoto. Non si può ascoltare, semplicemente: la gente ha paura di certa musica.

In realtà è la musica che dovrebbe aver paura della gente. Della «gentificazione» della cultura.

Il sistema di sovvenzioni pubbliche nel nostro paese (ma un po’ dappertutto), è basato sul numero di spettatori, sul numero di biglietti venduti. È un criterio, un paramento importante.

Ma non può essere l’unico, né il principale.

Non per snobismo, per elitarismo, perché ci piaccia andare contro i gusti del pubblico (a saperli, poi!). No, è sbagliato perché se un sistema culturale si basa su sovvenzioni pubbliche, è proprio la tutela dei territori minoritari che va assicurata. Oggi esiste una forte sensibilità per le minoranze, e mi pare che molti progressi si siano compiuti a riguardo. Bene, anche Schoenberg, Webern, Ruggles, Ives, e via dicendo, sono minoranze. Assai meno tutelate, anche perché – ahimè – defunte e fuori moda.

Sia chiaro, credo fortemente alla musica come comunicazione, combatto da interprete perché il rapporto tra musica e pubblico sia sempre attivo, acceso, e cerco di farlo con la musica più complessa, raccontandola con passione ed eseguendola anche in teatri in cui devo battagliare per imporre certi programmi.

Ma la comunicazione è una cosa, la ricerca del consenso è un’altra. Quello è appannaggio di «certa» politica. La musica diventa un atto politico, paradossalmente, solo quando del consenso se ne infischia. Perché sa di possedere un valore non negoziabile.

C’è molto da fare, molte lotte da combattere.

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