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Il reportage

Guerra Ucraina, se la frontiera riunisce ciò che la guerra separa

Al confine con la Romania le madri ritrovano i figli scampati ai raid

22 Marzo 2022

Dorella Cianci

Ieri era la festa di Nowruz, secondo il calendario persiano. Questa ricorrenza, celebrata dal Kurdistan all’Iraq, è nata in ambito pre-islamico e porta in sé il messaggio della speranza legata al ritorno della primavera, anche se le notizie di guerra non sono di certo incoraggianti. In queste ore, la CNN ha trasmesso un duro reportage sul respingimento, a Kherson, dei soldati russi, ma nelle immagini emerge la straziante scena dei corpi ucraini dilaniati nella lotta. Anche chi resta in vita sta subendo delle mutilazioni, che segneranno per sempre quei giovani corpi, anche fra le fila russe, mandate a morire dall’oligarca del Cremilino, senza scrupoli. Intanto, dal punto di vista diplomatico, la situazione si va facendo più chiara, anche se mancano gli elementi fondamentali intorno a cui accordarsi. Kiev si sta sempre più rendendo conto di come il suo ingresso nella Nato non sia più desiderato da nessuno, in Occidente, e allora non resta che riflettere sui nodi territoriali da dirimere negli incerti negoziati. Gli interrogativi sono diversi. Chi garantirebbe eventualmente la neutralità dell’Ucraina? Che fine farebbe il Donbass? Sarebbe di fatto annesso alla Federazione Russa? E che cosa potrebbe succedere agli altri territori ucraini già presi stabilmente dai russi? Non è facile trovare delle risposte sensate e mentre le tensioni di guerra aumentano, il Ministero degli Esteri Ucraino fa sapere che più di duemila bambini sono stati condotti illegalmente in Russia. A questo scenario allarmante e drammatico, si aggiungono scene commoventi sul confine romeno: le madri che ritrovano i loro bambini partiti, qualche giorno prima, da soli per esser messi in salvo.

Abbracci, sorrisi e lacrime in un confine che ieri ha ospitato anche la conferenza stampa della Croce Rossa, dove il presidente, Francesco Rocca, ha fatto sapere, con grande impegno e affetto, ai colleghi ucraini che, pur non mancando le difficoltà, gli aiuti stanno arrivando. Il clima, un po’ meno freddo dal punto di vista climatico, è riscaldato anche da una serie di giocattoli disposti lungo il ponte, che permette di accedere in Romania da quel lembo di terra confinante con l’Ucraina.

Alcune della madri che ritrovano i loro bambini sono ebree e così, dopo brevi momenti di tenerezza e intimità materna, si raccolgono in preghiera per ringraziare e per chiedere protezione verso i mariti rimasti in patria, alcuni a combattere o in attesa di essere chiamati. Nelle preghiere si è ricordato anche un altro tragico evento. Era l’inizio del mese di marzo. Le bombe cadevano sul cimitero ebraico, costruito, un tempo, in memoria delle vittime dell’Olocausto. Quelle scene non hanno fatto altro che risvegliare ricordi atroci del secolo passato e di una storia vergognosa; e così un gruppetto di donne, fra i tanti profughi sul posto, si sono raccolte nella preghiera quotidiana della sera, con il vespro Ma’ariv (parola che richiama proprio il tramonto), rivolgendo il pensiero a tutti questi eventi.

Sono tanti gli ebrei d’Ucraina. Uno fra tutti, molto amato e citato, fu Sholem Aleichem, nato nel 1859 a Pereyaslav. Sholem Aleichem è considerato uno degli scrittori yiddish più amati di tutti i tempi. I suoi racconti su Tevye the Dairyman hanno ispirato il musical di successo e il film Il violinista sul tetto. Non è inopportuno far riferimento agli artisti e ai letterati nell’orrore della guerra e lo stiamo ribadendo in più occasioni. Come è evidente dai sacchi intorno ai monumenti, mandati in onda sugli schermi di tutto il mondo, il popolo ucraino sta pensando anche, nella resistenza, a come tutelare la sua arte, le sue biblioteche, le sue tante belle chiese. Va anche aggiunto che questi momenti di preghiera, come si vedono a Siret, sono diffusi nelle tante parrocchie d’Europa, sotto la protezione di Maria della Pace; ci rimandano, nella sofferenza condivisa, a una frase molto intensa dell’Amleto: «Che cos’è mai un uomo se del suo tempo non sa far altr’uso che per mangiare e dormire? Una bestia».

Mentre al confine sta per arrivare la sera e ci si organizza in ripari di fortuna anche nelle palestre, una giovane mamma dice: «Le mamme non hanno paura della guerra per loro stesse. Noi possiamo morire. Quanto può valere la nostra vita? Al momento siamo stanche e imbruttite, alcune sono rimaste vedove oppure orfane. La nostra paura riguarda soprattutto i nostri figli, i bambini…Quanti genitori, in tutte le guerre del mondo, hanno perso i loro piccoli? Quante madri hanno perso i loro sogni di futuro?». Viene così in mente un libro della Nobel Aleksievič, quando dice: «Per molto tempo non ho più potuto sopportare la vista di un bambino infortunato che perdeva sangue dal naso […] Di fronte alla sofferenza ognuno di noi ha una certa riserva di difese fisiche e morali. La mia era esaurita».

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