Atmosfera di rilassante villeggiatura in «luoghi incantevoli» in questa «Cecchina-La buona figliuola», opus principe di Niccolò Piccinni, al Teatro Petruzzelli (produzione in loco, con il Massimo di Palermo) prima fra tre messinscene in Bari, fino al 2028, a trecento anni dalla nascita. Villeggiatura non solo in riferimento obbligato alle Villeggiature di Goldoni, visto che questi è l’autore del libretto della Cecchina (il precedente è Pamela, romanzo epistolare del Richardson) ma perché in effetti è come un’amena Villeggiatura questo allestimento, dove la direzione di Stefano Montanari dell’Orchestra Fondazione si poggia su una regia in spiritoso equilibrio fra recupero e innovazione (Daniele Luchetti), su scene di notevole suggestione (Alessandro Camera) e su costumi di medio sfarzo (Massimo Cantini Parrini), tutto mixato a mite modernismo.
«La Cecchina» debuttò a Roma nel 1760, connubio tra la nascente Opera Buffa e la comédie larmoyante, in un ‘700 quasi borghese e pre-rivoluzionario. Ma se le «Nozze di Figaro» di Beaumarchais e poi di Mozart/Da Ponte, non nascondono l’impulso antinobiliare, qui la lacrimevole vicenda della Cecchina, la giardiniera innamorata del suo Marchese, a sua volta innamorato di lei, esalta appunto sentimentalismi e smanie convenzionali eppure di felice impatto. La musica e la tecnica di concertazione perfetta di Piccinni riescono a rendere veridica la vicenda: i contrasti con la Sorella del Marchese e il Cavaliere suo promesso, le bizze delle Servette rivali di Cecchina, l’infatuazione del contadino Mengotto per la bella trovatella, infine il provvido arrivo del Soldato tedesco, con nobiltà di Cecchina proclamata e nozze finali.
Brilla la musica di Piccinni, le arie equamente distribuite, la fresca velocità dei «recitativi» (croce e delizia nelle opere del ‘700!) con soprattutto la capacità di Piccinni/Goldoni, di stagliare le diverse psicologie dei personaggi, cosa al tutto inusitata all’ epoca, il che giustifica novità e successo della Cecchina.
Al Petruzzelli, dove è l’energica appassionata direzione orchestrale di Montanari a coordinare l’ ottimo cast canoro, la Villeggiatura sentimental-musicale della Cecchina si connota di note ironiche, di sprezzature a tratti sarcastiche, con qualche ghiribizzo registico, ma poi tutto si tiene con cordiale bonomia accomodante. Il Marchese è un po’ un fatuo tontolone, che ama Cecchina ma non trascura le altre servette, fra un calice di rosolio e l’altro, specie in combutta col Soldato tedesco, sapido Buffo da Commedia dell’Arte. La scena si evolve da pic-nic con sdraio, ombrelloni, attrezzi sportivi, carrelli di bibite e «cioccolatte», verso citazioni da Bibiena con colonnati un po’ sbrecciati o con paraventi e fondali da Boucher e Fragonard, o con Cieli pieni di nuvoloni assai barocchi. Scena attraversata anche dal Marchese su monopattino, saettante e cantante (e divertente).
Nei costumi dai colori ora accesi ora pastello ora semplificati, da un ‘700 tutto teatrale a un ‘900 da vecchia cartolina, mentre la musica impone e accompagna ritmi, melodie, «a solo» dei cantanti (pochi i «da capo», dio sia lodato!) brilla la compagnia di canto. Quella del debutto romano (1760) era formata in prevalenza da cantati castrati (Cecchina inclusa!), qui il travestì canoro è serbato solo per il ruolo, obbligato in prassi, del Cavaliere, con la soprano Francesca Benitez. Cecchina è Francesca Aspramonte, la Marchesa sorella è Anna Maria Labin, il Marchese Krystian Adam, Mengotto è Christian Senn, il soldato Tagliaferro Pietro Spagnoli, Paola Gardina e Michela Antenucci le due Servette. Opera assai gradita e assai applaudita dal pubblico, dopo un finale in cui svolazzano Cupidi. Sul palco omaggi floreali (dal sovrintendente-gentleman Carusi) alle Signore e Signorine, Buone Figliuole del Petruzzelli, tutte, dalle artiste in scena alle donne della produzione, sarte, truccatrici. «Cecchina» si replica al Petruzzelli stasera (h 20.30), domenica (h 18.00), mercoledì 28 (h 18.00).
















