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Com'è triste Veneziasenza Aznavour e Cipriani

Com'è triste Venezia
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Oscar Iarussi

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Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

Com'è triste Veneziasenza Aznavour e Cipriani

«Com’è triste Venezia, soltanto un anno dopo, com’è triste Venezia, se non si ama più». Com’è triste l’ex Serenissima ormai da un pezzo Inquietissima per i troppi turisti, le grandi navi da crociera che sfilano come balene d’acciaio davanti a San Marco e la gente che fugge in terra ferma. L’ex «Goldonia» s’è immalinconita in un declino non certo soltanto suo e di cui però diventa il simbolo - e la maschera funerea - nell’epoca della società «liquida», ovvero della vita priva di legami e di certezze, di cui parlava il grande sociologo Zygmunt Bauman. Passeggiando lungo le Fondamenta degli Incurabili, come un tempo si chiamavano le Zattere per la presenza sulla riva dell’ospedale riservato agli appestati, il poeta russo-americano Iosif Brodskij, premio Nobel per la Letteratura nel 1987, annotò che «in questa città l’occhio acquista un’autonomia simile a quella di una lacrima. L’unica differenza è che non si stacca dal corpo, ma lo subordina totalmente... È il cuore che affonda, o la mente, se si vuole, mentre l’occhio torna sempre a galla» (Adelphi editore, 1991).

Ma anche la voce e la musica affiorano perennemente in laguna e di tanto in tanto «risalgono» come l’acqua alta, come i ricordi. Insomma, com’è triste Venezia, senza Charles Aznavour e senza Stelvio Cipriani. Se ne sono andati entrambi il 1° ottobre, il primo giorno di scuola delle generazioni che li amarono e ne cantarono i motivi. Fra i tanti, il celeberrimo brano veneziano dello chansonnier francese di origine armena. Era nato a Parigi da due esuli nel 1924, durante la guerra aveva contribuito a salvare alcuni ebrei nella capitale occupata dai nazisti e, scoperto da Edith Piaf negli anni ‘50, ha fatto del suo timbro un po’ roco il suono stesso dell’amore nel secondo Novecento, appassionato e libertario. L’amore di La bohème, Désormais, Ed io tra di voi, Lei, Non, je n’ai rien oublié, ma anche di Comme ils disent del 1972, forse la prima canzone dedicata a un omosessuale. L’«istrione» Aznavour cantava in sette lingue incluso l’italiano e fu ambasciatore d’Armenia in Svizzera. Da attore figura in film importanti come Tirate sul pianista di François Truffaut, Il testamento di Orfeo di Jean Cocteau, Laguna girato a Venezia nel 2001 e Ararat - Il monte dell’arca di Atom Egoyan che evoca il genocidio armeno del 1915-16 nell’impero ottomano (un milione e mezzo di morti). Il biblico monte Ararat è associato al diluvio universale e domina Erevan, la capitale dell’Armenia, dove si trova la casa-museo «Charles Aznavour», un memoriale per Chahnourh Varinag Aznavourian come fu registrato all’anagrafe.

L’Armenia, Parigi, l’America dove avrebbero voluto approdare i suoi genitori e che lo incoronò «Frank Sinatra d’Europa», e ancora e sempre lei, Venezia... Aznavour tenne un concerto per quattromila persone in piazza San Marco nel 2010, magico, sebbene turbato da taluni inconvenienti tecnici dell’amplificazione. Del resto Venezia è cara agli armeni per l’ultrasecolare presenza dei Padri Mechitaristi nell’isolotto di San Lazzaro, i cui preziosi codici sono in queste settimane esposti al «Met» di New York, e per lo splendido palazzo di Ca’ Zenobio degli Armeni nel sestiere di Dorsoduro. A poche centinaia di metri da Palazzo Zenobio c’è l’antica locanda Montin col suo delizioso giardino, che fu una delle location di Anonimo veneziano, la più famosa fra le trecento colonne sonore firmate da Stelvio Cipriani, il compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra romano scomparso ieri a 81 anni (nessuna parentela con Giuseppe e Arrigo Cipriani del leggendario «Harry’s Bar»). Diceva Cipriani: «Scrivo semplicemente musica per film... E la musica per film deve raccogliere il gradimento di un pubblico più vasto possibile». Gli riuscì in pieno con Anonimo veneziano del 1970, esordio nella regia di Enrico Maria Salerno, da una sceneggiatura dello scrittore Giuseppe Berto, con l’italoamericano Tony Musante e la bellissima e trasgressiva brasiliana Florinda Bolkan, che nella medesima stagione apparve in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri.

Di Anonimo veneziano resta indimenticabile, ai confini del «tormentone», il tema struggente e possente che accompagna la love story allo stadio terminale della coppia separata (il divorzio in Italia era di là da venire). Lui è un oboista ammalato di cancro e lei gli si concederà un’ultima volta, dopo il lungo girovagare tra calli, campielli e canali soprattutto della Giudecca e prima della musica testamentale diretta da lui alla Fenice, con l’esecuzione del Concerto in re minore per oboe archi e basso continuo di Alessandro Marcello. La critica non ne fu entusiasta, ma il pubblico accorse al cinema e si commosse fino alle lacrime, al pari di una première di Aznavour all’Olympia. Già, com’è triste Venezia...

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