Ho ascoltato, giorni fa, un bel concerto dell’Orchestra della città Metropolitana, che mi auguro continui a ricevere adeguato sostegno, perché rappresenta una realtà preziosa per la nostra terra.
In programma un concerto di Paganini, una felice composizione di Lorenzo Ferrero in prima assoluta, e in apertura la Sinfonia n.1 di Carl Maria von Weber; che è stato un compositore formidabile, anticipatore dei fervori romantici e visionari di Schumann, e autore di alcune pagine memorabili.
Senonché, ascoltando l’opera di Weber, lavoro giovanile, riflettevo sulle convenzioni, gli stereotipi e la forma classica. Il genere della sinfonia, perfezionatosi con Haydn, è un evergreen, tanto da essere tra i pochi frequentati anche dai compositori di oggi (è anche il caso di Ferrero, il cui brano in programma era appunto una sinfonia, per quanto atipica).
Nei suoi quattro movimenti canonici (il primo in forma-sonata, il secondo solitamente lento e introspettivo, e a seguire uno Scherzo e un Rondò) la sinfonia incarna non tanto e non solo la classicità, quanto l’idea stessa di “musica classica”.
Bene, ascoltando la Prima di Weber, che non conoscevo, ho avuto la nettissima percezione di quanto le forme fossero diventate, per molti compositori dell’Ottocento ma anche del secolo precedente, delle coperte di Linus, delle comode architetture predeterminate, degli schemi precostituiti, nei quali muoversi per comporre un brano nuovo.
La Sinfonia n.1 è, sia chiaro, un lavoro scritto da un musicista di enorme talento, ma l’ho trovato intriso di luoghi comuni, di formule, di rassicurante prevedibilità.
Un’opera in cui il dramma, la gioia, i sentimenti umani insomma, non sono espressi ma citati, virgolettati, disinnescati della loro potenzialità e urgenza, diventando maniera, compitazione tanto calligrafica quanto, sostanzialmente, non necessaria. Ora, di musica veramente necessaria ce n’è pochissima, intendiamoci, e peraltro pagine indispensabili per me potrebbero essere perdibilissime per altri, e viceversa.
Ma mi pare evidente che le forme, che sono un limite provvidenziale, una regola forse indispensabile a filtrare, disciplinare, il sentimento (come gli endecasillabi o gli ottonari, e le rime, per la poesia classica), talvolta diventano una prigione.
Certo, la musica aveva, in passato, una funzione diversa, era anche e soprattutto una sorta di artigianato, una maniera di intrattenere, di allietare, di lusingare il gusto del pubblico e dei committenti, che – specie nel diciottesimo secolo e comunque prima della Rivoluzione francese – erano l’aristocrazia e la Chiesa.
Pensiamo, in tal senso, alla quantità di opere di teatro musicale del Settecento (la scuola napoletana ne è ricchissima, ma non solo), che oggi – ed è giusto – affrontiamo con rigore filologico e serietà, ma che spesso avevano soltanto la funzione di “intrattenere” senza pretese di guadagnarsi l’eternità.
A rompere la regola, a sovvertire l’ordine e a sparigliare le carte, interveniva, come sempre, il capolavoro, l’inatteso, l’opera infungibile, unica, inimitabile. Alcuni riuscirono a scriverne a decine (Bach, probabilmente, a centinaia), ma – miracoli a parte – il capolavoro era, paradossalmente, l’intruso, il fuori luogo.
Forse, del passato, nelle programmazioni artistiche sarebbe meglio privilegiare appunto l’eccezione. E lasciare più spazio a un oggi che rischia di passare, tragicamente, sotto silenzio. Tragicamente non solo perché è il nostro tempo, ma perché di meraviglie ne possiede in quantità. Resteranno inascoltate?

















