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Viaggio a Istanbul tra storia e modernità

Viaggio a Istanbul tra storia e modernità
di Giacomo Pagone
ISTANBUL - Non fosse per il canto dei muezzin, per le urla dei venditori di simit, le ciambelle al sesamo, e per le cupole e i minareti delle moschee che si protendono verso il cielo di Istanbul, sembrerebbe quasi di essere in una qualsiasi città d’Europa.

Eppure non è così. Istanbul è la porta di ingresso verso l’Oriente, ma è anche l’ultimo avamposto di un Occidente che, timoroso per certi versi, si ferma sulla soglia, come un gatto che non sa se seguire il suo padrone nella stanza. E la metafora non è scelta a caso. Istanbul è la città dei gatti che vagano liberi per i suoi colli o che ti fissano acciambellati sui davanzali delle case.

La magia della città che fu, immortalata dall’immenso fotografo turco Ara Güler, perde la sua eco nel mare di gente che scorre su Istiklal Caddesi, la via del passeggio e dei negozi. Qui la modernità irrompe nelle vetrine che annunciano saldi e promozioni e nei locali sempre pieni di gente, fino alle ore piccole del mattino. E anche Istiklal Caddesi, strada interamente pedonale ma percorsa dal tradizionale tram rosso e bianco con un solo vagone, sembra un gatto. Si stiracchia e si allunga, tagliando il cuore del centralissimo quartiere di Beyoğlu, unendo tra loro il quartiere storico di Fatih e quello più moderno e giovanile di Beşiktaş.

Come un romanzo, Istanbul non smette di affascinare, con le sue moschee che si affacciano sul Bosforo e i gabbiani che volano in cerchio intorno al ponte di Galata, richiamati dall’odore proveniente dai ristoranti di pesce e dalla presenza dei pescatori che, uno accanto all’altro, lanciano i loro ami nel Corno d’Oro. Come un dipinto, Istanbul attrae i turisti con i vivaci colori delle spezie del Bazar Egiziano e con le tinte più cupe del Gran Bazar, vera e propria città di negozi.

Nello stretto del Bosforo la modernità viaggia accanto alla storia, e se il nuovo tunnel sottomarino collega in pochi minuti l’Europa all’Asia, niente sembra essere più bello del vedere il quartiere asiatico di Üsküdar prender lentamente forma dal mare, mentre ci si avvicina con il traghetto.

Si ha sempre la sensazione che la città sia viva, che seduca e respinga e non si lasci idealizzare dai turisti in cerca di un’avventura. Camminando su Istiklal o tra le strade di Beşiktaş, ci si accorge che Istanbul è anche la città della protesta, del movimento antigovernativo di Gezi Parkı, costituito da ragazzi che credono nella laicità dello Stato, così come dettato dal padre della patria Atatürk, al secolo Mustafa Kemal. Giovani che protestano contro la corruzione del governo e che, spesso, sono violentemente dispersi dalle cariche della polizia. Istanbul era anche la città di Berkin Elvan, un quindicenne morto dopo nove mesi di coma causati da un lacrimogeno sparato dalla polizia ad altezza uomo, mentre camminava per strada per andare a comprare il pane come richiesto dalla madre.

Istanbul, la bella, è una donna vanitosa, il cui fascino non sfiorisce, ma aumenta con il passare degli anni. E’ una città che si reinventa, divisa tra il progresso economico e l’amore per il proprio passato. E’ un’ostrica che nasconde le sue perle, come Yerebatan Sarnici, la Cisterna Basilica, uno dei posti più magici di un mondo che ha racchiuso la magia nel salto del coniglio fuori dal cilindro. Si tratta di un’antica basilica sotterranea romana, dal fondo pieno d’acqua in cui nuotano i pesci, un luogo che sembra creato dalla penna di Lewis Carroll ma arricchito dalla vena noir di Edgar Allan Poe.

Istanbul è una metropoli di diciassette milioni di abitanti, capace ancora di raccontare tante storie, di illudere e sorprendere. Sempre pronta a stupire come un prestigiatore che ammalia il proprio pubblico mostrando la mano vuota, nascondendo dietro la schiena quella con la colomba.

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