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In Puglia e Basilicata

Il processo

Taranto, confermato il caso di «revenge porn», e scatta la condanna

Stalking revenge porn

L’incubo della ragazza è cominciato quando era minorenne ed è andato avanti per 15 anni

30 Giugno 2022

Francesco Casula

TARANTO - L’incubo è durato quasi 15 anni. Un calvario di ricatti e soprusi, di violenze psicologiche e di sfregi alla dignità. Fino a pochi giorni fa quando la Cassazione ha confermato la condanna per il suo aguzzino. L’accusa è utilizzo di minori per produrre materiale pornografico. Allocuzione diffusa e fastidiosa, ma che non riesce a spiegare quanto sia stata stravolta la vita di una donna e della sua famiglia.

Nel 2006, quando questa storia è iniziata, la protagonista di questa storia era poco più che una ragazzina. Viveva in un comune della provincia di Taranto. Tutto andava bene. La trappola che l’ha tenuta in gabbia per anni è stata una chat. È lì che ha conosciuto un giovane di 19 anni: simpatico, bello, interessante. Dall’altra parte dello schermo, però, c’era un uomo di 50 anni che è riuscito a irretirla prima e umiliarla dopo. I fatti sono gli stessi di tante altre storie simili: prima una foto sexy e poi sempre qualcosa in più. Fino a quando la ragazza si è mostrata nuda e riconoscibile in viso. Ed è lì che sono partiti i ricatti. Nuove foto, nuovi video. Sempre più morbosi, sempre più degradanti. Fino a quando la ragazza è stata travolta dalla vergogna. Richieste interminabili andate avanti per anni anche quando la protagonista si è trasferita fuori all’università. In quegli anni accetta persino di incontrare il suo aguzzino che la sottopone a nuove indicibili violenze. La salvezza arriva nelle forme di un coetaneo con il quale nasce una relazione: il giovane comprende che qualcosa non va e la accompagna in un centro anti violenza.

Lei denuncia tutto e comincia il secondo calvario, quello giudiziario. Accanto a lei ci sono sempre gli avvocati Viviana Rago e Massimo Tarquinio. Si aprono due procedimenti penali: il primo a Lecce, per le foto e i video di quando la ragazza era minorenne e il secondo a Taranto per gli stessi fatti compiuti da maggiorenne. Il primo tra condanne, assoluzioni, rinvii e nuove sentenze si è concluso qualche giorno fa con la condanna dell’uomo a oltre 4 anni di reclusione. Il secondo invece è in fase di appello: in primo grado l’uomo è stato assolto, non vi è prova che abbia costretto la ragazza ormai maggiorenne a produrre quelle foto.

Insomma un percorso difficile e doloroso. Le violenze e lo stato di soggezione le hanno fatto pensare che era più facile continuare che provare a uscirne. Non solo. Si è sentita giudicata per quello ciò che aveva subito. In alcuni atti dei procedimenti, si legge in maniera neanche troppo velata che tra vittima e carnefice ci fosse complicità. Si chiama «vittimizzazione secondaria». In aula ha visto la violenza patita minimizzata, fino a sentirsi colpevole. Forse per un grande, gigantesco pregiudizio.

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