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San Marzano di San Giuseppe

Il sindaco-medico e le doppie nozze d’oro con moglie e incarico

Giuseppe Tarantino e l’arte della politica

Il sindaco-medico e le doppie nozze d’oro con moglie e incarico

Giuseppe Tarantino

SAN MARZANO - C’è, in Grecia, una città antichissima. Epidauro, nel cuore del Peloponneso e, più esattamente, nel golfo dell’Argolide, dove, insieme al magnifico teatro del III secolo avanti Cristo, c’è un tempio dedicato al Dio Asclepio e, dove, a buon diritto, si può affermare che sia nata una sorta di branca della Medicina Psicosomatica. Non quella razionale, però, per raccontare della quale, dovrete prendere il traghetto insieme a me e recarci all’isola di Kos, dove è nato e mosso i primi passi Ippocrate (quello del famoso Giuramento), prima che le sue doti di medico, ma, soprattutto la scientificità dei suoi metodi, ne facessero il riconosciuto padre della Medicina tout court.

A Epidauro, invece, il tempio del Dio, non era un semplice luogo di culto, ma fin dal periodo arcaico, vale a dire dal sesto secolo prima di Cristo, era un ospedale vero e proprio, con una astanteria per i malati, che vi soggiornavano, venivano visitati e curati dai sacerdoti del Dio, che, ovviamente, erano medici. E qui (anche se, qualcuno sostiene che si trattasse del tempio di Pergamo), si ricoverò volontariamente il retore greco, Elio Aristide, uomo di successo, ma afflitto da un male oscuro (depressione, diremmo oggi), ed è stato grazie alla sua «cartella clinica», una sorta di diario redatto giorno per giorno dal nostro avvocato, se sappiamo cosa fosse la «medicina teurgica».

Non lasciatevi impressionare dal termine astruso, in quanto teurgico, nei fatti, significa che la guarigione necessitava anche dell’intervento della divinità. Di Asclepio, per l’appunto. Qui, ad Epidauro, Elio Aristide si ricovera per molto tempo, e la terapia consiste in colloqui quotidiani coi sacerdoti. Ma anche bagni, massaggi, esercizi fisici, pratiche di danza e di canto, applicazione di empiastri e somministrazione di farmaci, suggeriti, spesso, dallo stesso Dio che gli appare in sogno, o dai suoi sacerdoti da lui, ispirati.

Ma questa sorta di diario-cartella clinica del nostro retore, ha un qualche valore, per così dire, probatorio? O il nostro avvocato si è lasciato prendere la mano e si è inventato tutto, come troppo spesso accade ad alcuni suoi disinvolti colleghi? Tranquilli. Stavolta il nostro legale, non si è inventato nulla, dato che gli archeologi hanno ritrovato steli votive (pinakes), lasciate nel tempio da pazienti guariti (forse, sarebbe più esatto dire, miracolati), che rappresentano sia le malattie, che le cure ricevute in questa sorta di Policlinico dell’antichità. Ad Atene, inoltre, dove già nel V secolo avanti Cristo, era stata introdotta la Medicina razionale di Ippocrate, quando scoppia quella epidemia raccontata da Tucidide (ultimo quarto di quel quinto secolo), la medicina teurgica di Asclepio, ha pari dignità della scienza del medico di Kos.

Siccome, a questo punto, avrete già capito che vi voglio raccontare di un medico, concedetemi un altro volo pindarico. Di Pindaro stesso, cioè. In quanto nella sua III Pitica, il poeta beota di Cinocefale, canta proprio del Dio figlio di Apollo e di Koronis e padre a sua volta, a quanto pare, dei medici omerici Podalirio e Macaone, come attestato dallo stesso vate cieco nel suo «Inno ad Asclepio» e, più tardi, da Ovidio, nei suoi Fasti (VI,743), da Diodoro Siculo, da Tito Livio, e, naturalmente, qui, e ora, dal vostro pretenzioso cronista.

A questa ennesima dimostrazione di mancanza di umiltà del suo interlocutore, egli, il nostro eroe, non può che sorridere, rivelando, però, che in comune con quanto fin qui «affastellato» dal vostro cronista, ha i suoi due fratelli medici, che, però, si chiamano Cosimo e Antonio, una sorella farmacista, Anna Paola e, l’unica che non ha a che fare con provette e siringhe, è l’altra sorella Mariangela, che ha preferito la dirigenza scolastica. Oltre, naturalmente, alla moglie Antonietta e alla mamma, Luciana. «Inoltre - continua - ho qualcosa altro in comune, visto che non volevo fare il medico, ma l’avvocato, per cui Elio Aristide, mi sta già simpatico…».

È stato papà Paolo, per molti anni Presidente della Provincia di Taranto, a disegnare, come si usava un tempo, la carriera dei figli, volendo i tre maschi, tutti seguaci di Asclepio, o, se preferite, di Ippocrate. Solo Giuseppe, però, ha ereditato dal padre anche la passionaccia per la politica (antico e mai pentito, democristiano), occupando, per una legislatura, perfino uno scanno a Montecitorio, e ricoprendo per molti, ma molti anni, la carica di Sindaco di San Marzano di San Giuseppe, il paese di origine della famiglia Tarantino. «L’anno scorso - precisa il mio amico, Peppino - ho festeggiato le nozze d’argento sia con mia moglie Antonietta che con la fascia tricolore di sindaco. Fascia che ancora mi tengo ben stretta, magari in attesa delle Nozze D’Oro».

Stavolta, il nostro chirurgo all’ospedale di Grottaglie, ride di gusto, confortato da questa ondata di fiducia, che gli hanno rinnovato i cittadini di San Marzano, proprio il mese scorso. A proposito di Chirurgia, come mai, tu che sei specializzato in Ostetricia e Ginecologia, armeggi ancora con il bisturi e non hai sfruttato questa specializzazione, aspirando, magari ad un primariato? Altra sonora risata, alla sua risposta che, «forse, non ero e non sono, sufficientemente raccomandato…».

«Abbiamo finito?», si informa, a questo punto, dando una sbirciatina all’orologio. No, che non abbiamo finito. Raccontaci dei tuoi quattro «perfezionamenti» in Sessuologia, e di quella biondina che ti aveva fatto perdere la testa quando frequentavi il Liceo Classico, Quinto Ennio, e anche quando, con tuo fratello Antonio, tuo compagno di banco fin dalla seconda elementare, vi siete iscritti all’Università di Bari. «Era bionda ed era bella, ma il nome non te lo dirò mai, anche perché, il suo ricordo è subito sbiadito, quando ho incontrato mia moglie Antonietta». E, fu, amore a prima vista, quello con Antonietta. Anche perché avevano in comune la passione politica, avendola per collega al Consiglio Comunale di San Marzano. «Prima che tu mi chieda, come sei solito fare, cosa leggo e quanto spesso vado a teatro o al cinema, sorridendo, magari sotto quei tuoi antipaticissimi baffi, se la mia risposta è lacunosa, o, peggio, non incontra i tuoi gusti “raffinati”, vorrei spendere una parola per un mio maestro. Già, proprio il mio maestro elementare e, più, tardi anche mio compare di Cresima, il prof. Michele Torro, cui mi legano grandissimi affetto e stima».

Non ha figli, il sindaco Tarantino, ma, in uno slancio repentino, non esita a dire, che considera suoi figli tutti i novemila e settecento abitanti, aggiungendo, stavolta con un filo di commozione, che egli ha ricevuto da loro, da questi suoi figli, molto più di quanto abbia potuto dare. Esagerazioni da «Strapaese?». Forse. Ma anche la sensazione che qui, a San Marzano, l’antico feudo di Giorgio Castriota Skanderberg, la sabbia della clessidra scorra lentamente, dando più tempo, a quelli siedono in circolo sul limitare dell’uscio, alle loro affabulazioni, e uno straordinario conforto anche ai loro affanni così condivisi. «Racconta - mi grida sulla porta - che amo Plutarco e Tacito, che ho comprato migliaia di libri e di dvd, ma che leggerò e vedrò, quando potrò andare in pensione». Per ora, il sindaco Tarantino, preferisce i fatti, mentre precetti e speculazioni debbono attendere la sua pensione. A lui, quindi, a questa sua filosofia del «fare», un brano dalle Lettere a Lucilio di Seneca (6,5): «longum iter est per praecepta, breve et efficax per exempla», come dire, insomma, che la strada dei precetti è lunga, mentre quella degli esempi è immediata ed efficace.

Arturo Guastella

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