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Discarica Vergine, disastro ambientale ora in tre rischiano il processo

Discarica Vergine, disastro ambientale ora in tre rischiano il processo

Discarica Vergine, disastro ambientale ora in tre rischiano il processo

 
Francesco Casula

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Francesco Casula

discarica Vergine

La discarica è tra Fragagnano e Lizzano. Per l’accusa le sostanze nocive avrebbero raggiunto la falda

Mercoledì 20 Giugno 2018, 10:47

TARANTO - È fissata per il 30 ottobre la prima udienza preliminare nei confronti dei tre imputati coinvolti nell’inchiesta per disastro ambientale causato dalla discarica Vergine nel sottosuolo dei territori tra Lizzano e Fragagnano.

È stato il sostituto procuratore Lanfranco Marazia a chiedere il rinvio a giudizio di Paolo Ciervo legale rappresentante della «Vergine spa» (società che ha gestito la discarica dal 19 dicembre 2013) e liquidatore della «Vergine srl» (società che ha gestito la discarica fino al 19 dicembre 2013) difeso dall’avvocato Michele Laforgia, Mario Petrelli legale rappresentante della «Vergine srl» difeso dall’avvocato Gianluca Mongelli, e il responsabile tecnico dell’impianto Pasquale Moretti difeso dall’avvocato Raffaele Errico.

Sarà il giudice Martino Rosati che dovrà valutare se vi sono gli elementi sufficienti per aprire o meno un processo: per l’accusa sostanze nocive avrebbero raggiunto la falda acquifera al punto che in alcuni punti l’acqua avrebbe superato la soglia di inquinamento e sarebbe stata dichiarata inutilizzabile per l’utilizzo umano.

Nella richiesta di rinvio a giudizio il pm Marazia ha contestato, come detto, il reato di disastro ambientale spiegando che «cooperando tra loro o con condotte tra loro indipendenti nelle rispettive qualità per colpa consistita in imprudenza e imperizia nella gestione del percolato e nell’impermeabilizzazione del bacino di discarica, trascurando l’intercettazione delle acque meteoriche, cagionavano abusivamente un disastro ambientale attraverso l’alterazione dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione – ha specificato il pm Marazia nell’atto di accusa – risulta particolarmente onerosa e raggiungibile solo con provvedimenti eccezionali».

Dalle indagini, infatti, è emersa la «contaminazione delle acque sotterranee» causata dal percolato di discarica e quindi dall’accumulo di sostanze inquinanti come nitrati, boro, diossine e pcb. L’inchiesta, partita dalle denunce dell’associazione ambientalista Attiva Lizzano, rappresentata nel procedimento dall’avvocato Francesco Nevoli, ha raggiunto una svolta grazie alla relazione dei consulenti Mauro Sanna e Bruno Greco scelti dal pubblico ministero Lanfranco Marazia.

In 46 pagine hanno chiarito la delicata situazione in cui si trova l’area sottostante la discarica già sequestrata a febbraio 2014. Per i tecnici il fermo delle attività e il mancato intervento della società che gestiva la discarica dopo il sequestro, ha causato danni alla falda: la presenza di nitrati nelle acque sottostanti permette di affermare «che da tale discarica – scrivono nella relazione – fuoriesca percolato che interferisce con le acque sotterranee» e «che le acque sotterranee interessate dalla discarica siano contaminate dal percolato è anche confermato dalla elevata concentrazione di PCB e di diossine, superiori a quelle previste dalla normativa specifica». Gli esperti hanno inoltre chiarito fino al sequestro il percolato prodotto era prelevato e stoccato nei silos per lo smaltimento, ma con il fermo delle attività il percolato «non è stato più raccolto ed evacuato dalla discarica» e anche per la mancata raccolta delle acque piovane si è infiltrato nel sottosuolo inquinandolo in modo significativo.

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