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l’inchiesta

Discarica Vergine, disastro ambientale ora in tre rischiano il processo

La discarica è tra Fragagnano e Lizzano. Per l’accusa le sostanze nocive avrebbero raggiunto la falda

discarica Vergine

TARANTO - È fissata per il 30 ottobre la prima udienza preliminare nei confronti dei tre imputati coinvolti nell’inchiesta per disastro ambientale causato dalla discarica Vergine nel sottosuolo dei territori tra Lizzano e Fragagnano.

È stato il sostituto procuratore Lanfranco Marazia a chiedere il rinvio a giudizio di Paolo Ciervo legale rappresentante della «Vergine spa» (società che ha gestito la discarica dal 19 dicembre 2013) e liquidatore della «Vergine srl» (società che ha gestito la discarica fino al 19 dicembre 2013) difeso dall’avvocato Michele Laforgia, Mario Petrelli legale rappresentante della «Vergine srl» difeso dall’avvocato Gianluca Mongelli, e il responsabile tecnico dell’impianto Pasquale Moretti difeso dall’avvocato Raffaele Errico.

Sarà il giudice Martino Rosati che dovrà valutare se vi sono gli elementi sufficienti per aprire o meno un processo: per l’accusa sostanze nocive avrebbero raggiunto la falda acquifera al punto che in alcuni punti l’acqua avrebbe superato la soglia di inquinamento e sarebbe stata dichiarata inutilizzabile per l’utilizzo umano.

Nella richiesta di rinvio a giudizio il pm Marazia ha contestato, come detto, il reato di disastro ambientale spiegando che «cooperando tra loro o con condotte tra loro indipendenti nelle rispettive qualità per colpa consistita in imprudenza e imperizia nella gestione del percolato e nell’impermeabilizzazione del bacino di discarica, trascurando l’intercettazione delle acque meteoriche, cagionavano abusivamente un disastro ambientale attraverso l’alterazione dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione – ha specificato il pm Marazia nell’atto di accusa – risulta particolarmente onerosa e raggiungibile solo con provvedimenti eccezionali».

Dalle indagini, infatti, è emersa la «contaminazione delle acque sotterranee» causata dal percolato di discarica e quindi dall’accumulo di sostanze inquinanti come nitrati, boro, diossine e pcb. L’inchiesta, partita dalle denunce dell’associazione ambientalista Attiva Lizzano, rappresentata nel procedimento dall’avvocato Francesco Nevoli, ha raggiunto una svolta grazie alla relazione dei consulenti Mauro Sanna e Bruno Greco scelti dal pubblico ministero Lanfranco Marazia.

In 46 pagine hanno chiarito la delicata situazione in cui si trova l’area sottostante la discarica già sequestrata a febbraio 2014. Per i tecnici il fermo delle attività e il mancato intervento della società che gestiva la discarica dopo il sequestro, ha causato danni alla falda: la presenza di nitrati nelle acque sottostanti permette di affermare «che da tale discarica – scrivono nella relazione – fuoriesca percolato che interferisce con le acque sotterranee» e «che le acque sotterranee interessate dalla discarica siano contaminate dal percolato è anche confermato dalla elevata concentrazione di PCB e di diossine, superiori a quelle previste dalla normativa specifica». Gli esperti hanno inoltre chiarito fino al sequestro il percolato prodotto era prelevato e stoccato nei silos per lo smaltimento, ma con il fermo delle attività il percolato «non è stato più raccolto ed evacuato dalla discarica» e anche per la mancata raccolta delle acque piovane si è infiltrato nel sottosuolo inquinandolo in modo significativo.

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