Televisione

Cinquant’anni de «L’altra domenica»: Rai Cultura celebra l'anniversario del programma cult di Renzo Arbore e Ugo Porcelli

Una maratona su Rai Storia per scoprire come rivoluzionarono la tv italiana tra satira, musica e sperimentazione: dalle origini in bianco e nero ai momenti più iconici, fino alle interviste e all’ultima puntata con Roberto Benigni, passando per le Sorelle Bandiera e Andy Luotto

Era il 28 marzo 1976 quando sulla seconda rete della Rai debuttava «L’altra domenica», il programma ideato da Renzo Arbore e Ugo Porcelli destinato a cambiare per sempre il linguaggio televisivo italiano. A cinquant’anni esatti da quell’esordio, Rai Cultura rende omaggio a una delle esperienze più innovative e irriverenti della storia del piccolo schermo con una programmazione speciale in onda sabato 28 marzo e domenica 29 marzo su Rai Storia.

«L’altra domenica» fu molto più di un semplice contenitore televisivo: rappresentò una rottura radicale con i modelli tradizionali dell’epoca, mescolando informazione e intrattenimento, cultura alta e comicità surreale, improvvisazione e sperimentazione. Un laboratorio creativo in cui convivevano linguaggi diversi e spesso inediti per la televisione italiana, capace di anticipare modalità espressive che sarebbero diventate centrali negli anni successivi.

Il programma, andato in onda per tre stagioni fino al 1979, si impose per la sua struttura libera e imprevedibile: accanto alle “ragazze parlanti” e ai quiz telefonici, trovavano spazio sketch, performance musicali, collegamenti internazionali e incursioni ironiche nell’attualità. Tra i protagonisti di quell’avventura figuravano firme e volti destinati a lasciare il segno, come Gianni Minà e Gianni Brera, accanto a una rete di corrispondenti sparsi tra Italia ed estero.

La giornata celebrativa del 28 marzo si apre alle 12.00 con “L’altra domenica: qui comincia l’avventura”, una selezione di materiali delle prime puntate, quando il programma era ancora in bianco e nero e vedeva Arbore affiancato da Maurizio Barendson. Un viaggio alle origini di un format che, già nei suoi esordi, mostrava una vitalità fuori dagli schemi.

A seguire, “L’altra domenica essential” ripercorre i momenti più emblematici della trasmissione: dalle esibizioni musicali agli sketch più celebri, passando per le “primogeniture” televisive che hanno segnato un’epoca. Spazio anche a figure diventate iconiche, come le Sorelle Bandiera, protagoniste di performance memorabili, e Andy Luotto, indimenticabile “valletto muto” al centro di uno dei più celebri “pesci d’aprile” della televisione italiana.

Nel pomeriggio, alle 16.30, la programmazione si concentra sulle corrispondenze italiane e internazionali: da Milano a Napoli, da Roma a New York, con contributi firmati, tra gli altri, da Isabella Rossellini, testimoniando la vocazione cosmopolita del programma. A chiudere la giornata, alle 17.45, “L’altra domenica una tantum”, la puntata serale speciale andata in onda nel 1979 per celebrare le cento puntate e il successo di critica e pubblico.

Le celebrazioni proseguono domenica 29 marzo con un documento prezioso: l’intervista del 1979 di Nico Orengo a Renzo Arbore, un racconto intimo tra musica, televisione e visione artistica. A seguire, l’ultima puntata del programma, datata 27 maggio 1979, che riunisce tutti i protagonisti e vede la presenza di un giovanissimo Roberto Benigni nelle vesti di improbabile critico cinematografico, autore di irresistibili battibecchi che ancora oggi restano tra i momenti più ricordati.

A concludere, “Milly Carlucci e Mimma Nocelli, le ragazze parlanti”, omaggio a due volti femminili che contribuirono a ridefinire il ruolo della donna in televisione, rompendo schemi e aspettative.

A mezzo secolo dalla sua nascita, «L’altra domenica» continua a rappresentare un punto di riferimento imprescindibile: un esperimento riuscito di libertà creativa che ha saputo unire leggerezza e profondità, anticipando una televisione più dinamica, irriverente e aperta al mondo. La programmazione speciale di Rai Cultura non è solo un’operazione nostalgia, ma un invito a riscoprire le radici di una modernità televisiva che, ancora oggi, appare sorprendentemente attuale.

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