L'intervista

Cathy La Torre al Petruzzelli: teatro come atto politico, parole come campo di battaglia per riscrivere la storia delle donne

Alice Scolamacchia

L’avvocata e attivista per i diritti umani arriva a Bari con «Tutte le volte che le donne», conferenza-spettacolo che intreccia racconto civile e scena per riportare alla luce figure femminili rimosse e smontare i linguaggi del potere

Cathy La Torre, avvocata e attivista per i diritti umani e civili, sarà a Bari venerdì 13 febbraio alle 21, al Teatro Petruzzelli, con “Tutte le volte che le donne”, una conferenza-spettacolo in una data organizzata da Aurora Eventi che riporta alla luce figure femminili straordinarie rimosse dalla storia, intrecciando racconto civile e scena.

Nel suo spettacolo il linguaggio non è solo uno strumento, ma quasi un campo di battaglia. Quando ha capito che le parole potevano diventare un luogo di conflitto – e anche di cura?

«L’ho capito in tribunale: basta una parola – “vittima” o “parte lesa”, “molestia” o “malinteso” – per cambiare il peso di una storia. Il teatro mi ha insegnato che le parole non descrivono solo la realtà: la creano. Dire “femminista” sul palco, senza paura né virgolette, restituisce a quella parola la sua dignità. E poi c’è il nome: nominare donne come Tabitha Babbitt o Fatima al-Fihri è un atto politico. Finché restano “la moglie di”, non esistono davvero».

Porta sul palco temi che spesso restano confinati ai tribunali, ai social o all’attivismo. Cosa cambia quando passano attraverso la scena?

«Diventano carne viva. In aula il diritto è tecnico; a teatro, prima di citare una legge, il pubblico sente nel corpo cosa significa subirla. Il teatro crea empatia immediata. E c’è il tempo: non puoi scrollare, devi restare lì, con quelle storie e con te stesso che le ascolti».

Il suo lavoro oscilla tra ironia e ferita. Come trova l’equilibrio?

«Se c’è solo rabbia, il pubblico si chiude; se c’è solo ironia, si minimizza. Ogni storia ha il suo registro. Tabitha Babbitt è assurda, quindi quasi comica; Franca Viola o le spose bambine no, lì il tono cambia. La responsabilità è non mentire: tutto è documentato. La realtà è già abbastanza violenta, io devo solo mostrarla».

Nel dibattito pubblico si parla molto di libertà di espressione. Qual è oggi il punto più frainteso?

«Che non significa libertà dalle conseguenze. Puoi parlare, ma anche gli altri possono risponderti. Spesso viene invocata solo quando conviene. In realtà è sempre stata una questione di potere: chi può parlare, chi viene ascoltato, chi viene punito. E storicamente le donne sono state dalla parte sbagliata».

Che reazione spera di innescare nel pubblico?

«Spero di innescare consapevolezza. E la consapevolezza non è mai comoda. Certo, c’è gente che esce e mi dice “grazie, mi hai fatto sentire meno sola” – e questo mi scalda il cuore, perché significa che abbiamo creato quella comunione di cui parli quando definisci il teatro “luogo dell’anima”. Voglio che la gente esca con delle domande. Voglio che si chieda: perché non lo sapevo? Perché a scuola non mi hanno insegnato che la prima università del mondo l’ha fondata una donna musulmana? Perché non so chi è Rosa Oliva, quando grazie a lei tutte le donne hanno potuto accedere ai concorsi pubblici? Ma più di tutto, voglio presa di posizione. Perché, come dico nello spettacolo: cambiare si può. Si deve. E se uno esce dal teatro e pensa “domani controllo quante vie ci sono intitolate a donne nella mia città”, “domani parlo del gender pay gap in ufficio”, “domani mi informo su cosa posso fare”, allora funziona».

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