punti di vista
Dalle piazze no Kings scacco al mondo che gira al contrario
Quello che è successo sabato non è stato solo un corteo, una manifestazione. È stato un segnale forte che è arrivato da Roma, da tutta Italia, ma anche da migliaia di città negli Stati Uniti e nel resto del mondo.
Quello che è successo sabato non è stato solo un corteo, non è stata solo una manifestazione. È stato un segnale. Un segnale forte che è arrivato da Roma, da tutta Italia, ma anche da migliaia di città negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Le piazze si sono riempite. Si sono riempite di persone diverse, con storie diverse, ma con una stessa sensazione: che qualcosa non sta andando nella direzione giusta. A Roma abbiamo camminato insieme, con le bandiere della pace, con gli striscioni, con le voci che si intrecciavano. Ma nello stesso momento, dall’altra parte dell’oceano, milioni di persone facevano la stessa cosa. Negli Stati Uniti, in migliaia di città, si è alzato lo stesso grido: «No Kings». Nessun re. Nessun potere assoluto. Nessuno che decide sopra le nostre teste. E allora la domanda è: perché? Perché oggi c’è paura. C’è paura che le guerre si allarghino, che quello che sembra lontano diventi improvvisamente vicino. C’è paura di un mondo che torna a dividersi in blocchi, che torna a parlare il linguaggio delle armi invece di quello della politica. Ma non è solo paura. È anche consapevolezza. Consapevolezza che mentre ci chiedono sacrifici, mentre ci dicono che non ci sono risorse per la sanità, per la scuola, per il lavoro… i soldi per le armi si trovano sempre. Sempre. Consapevolezza che le decisioni più importanti — quelle sulla guerra, sulla pace, sulla sicurezza — vengono prese senza un vero coinvolgimento delle persone.
E allora quella parola, «re», non è casuale. Quando diciamo «No Kings» stiamo parlando di potere concentrato. Di governi che decidono senza ascoltare. Di un sistema che sembra sempre più distante dalla vita reale delle persone.
Negli Stati Uniti, milioni di persone sono scese in piazza anche contro questo: contro un potere percepito come sempre più forte, sempre più centralizzato, sempre meno controllato. Ma dentro quelle piazze c’era anche altro: c’era la rabbia per la guerra, per le disuguaglianze, per un costo della vita che cresce mentre i diritti arretrano.
E qui, in Italia, vediamo crescere la spesa militare. Vediamo un Paese che si allinea a una logica di riarmo, come se fosse inevitabile. Ma noi siamo qui per dire che inevitabile non è. Non è inevitabile investire miliardi in armi mentre i servizi pubblici arrancano. Non è inevitabile accettare la guerra come orizzonte permanente. Non è inevitabile pensare che la sicurezza si costruisca con più armi invece che con più diritti. Noi siamo qui per dire che un’altra idea di sicurezza esiste.
Una sicurezza fatta di lavoro, di sanità, di istruzione, di giustizia sociale.
Una sicurezza che non nasce dalla paura, ma dalla dignità. E allora quello che è successo ieri non finisce ieri. È solo l’inizio. Perché quando milioni di persone, in Paesi diversi, nello stesso giorno, sentono il bisogno di scendere in piazza… significa che c’è qualcosa di profondo che si muove. Qualcosa che non può essere ignorato. Sta a noi farlo crescere. Sta a noi trasformare questa rabbia in proposta, questa paura in partecipazione, questa voce in cambiamento. E allora oggi, da questa piazza, diciamo una cosa semplice ma potente: Non vogliamo re. Non vogliamo guerre.
Non vogliamo un futuro deciso senza di noi. Vogliamo essere parte delle scelte. Vogliamo pace. Vogliamo giustizia. E soprattutto, vogliamo un mondo in cui la sicurezza non si costruisce con le armi, ma con le persone.