l'analisi
San Severo l’ombra del possesso sui femminicidi
L’arresto di Ciro Caliendo, l’imprenditore di San Severo accusato di aver ucciso la moglie inscenando un incidente stradale, è una di quelle notizie che scorticano la cronaca fino a farne emergere l’osso duro: la premeditazione domestica
L’arresto di Ciro Caliendo, l’imprenditore di San Severo accusato di aver ucciso la moglie inscenando un incidente stradale, è una di quelle notizie che scorticano la cronaca fino a farne emergere l’osso duro: la premeditazione domestica, il teatro della normalità trasformato in trappola. Non c’è più l’impeto improvviso, il raptus agitato come un alibi primordiale. Qui, se sarà confermato, si parla di costruzione, di simulazione, di una regia fredda che usa l’asfalto come quinta scenica per coprire il sangue. È l’evoluzione più inquietante del femminicidio: la sua mimetizzazione.
La Puglia e la Basilicata, terre di luce abbagliante e di ombre lunghe, non sono immuni da questa deriva. Anzi, proprio nelle regioni dove la trama delle relazioni è fitta, dove tutti conoscono tutti, la violenza contro le donne assume talvolta la forma di un segreto condiviso a bassa voce, di una tensione che si avverte ma non si nomina. La modernità non è sempre arrivata nei rapporti di potere dentro le case.
Il femminicidio non è un lampo isolato. È un fenomeno carsico che attraversa i territori e riaffiora con cadenza tragica. In Puglia, tra le metropoli costiere e i centri dell’entroterra, si registrano storie che hanno un copione ricorrente: separazioni non accettate, gelosie ossessive, controllo economico e psicologico.
Colpisce, nel caso Caliendo, l’idea della simulazione dell’incidente. La strada come metafora di fatalità, di destino cieco. È il tentativo di riportare la violenza nel dominio dell’imprevedibile, di sottrarla alla responsabilità. Ma il femminicidio non è mai un incidente. È l’esito di un percorso in cui si sedimentano sopraffazione, cultura del possesso, incapacità di accettare l’autonomia femminile. Quando un uomo decide che la libertà della donna è un affronto personale, ha già imboccato una strada che porta fuori dal consorzio umano.
Le regioni del Mezzogiorno vivono una contraddizione. Da un lato donne sempre più istruite, protagoniste nel lavoro e nella vita pubblica, dall’altro le sacche di mentalità arcaica che resistono come fossili attivi. In questo scarto si annida il conflitto. La crescita dell’autodeterminazione femminile mette in crisi identità maschili fragili, costruite su un’idea di dominio che esclude in partenza quella della condivisione.
Quanto alla prevenzione, i centri antiviolenza in Puglia e Basilicata svolgono un lavoro silenzioso e spesso sottodimensionato. Operano con risorse limitate, in territori vasti, cercando di intercettare segnali che non sempre diventano denuncia. Perché denunciare significa esporsi, rompere equilibri familiari, affrontare uno stigma. In contesti circoscritti, la paura del giudizio sociale pesa quanto quella delle ritorsioni. E così molte storie restano sotto traccia fino all’esplosione finale.
Naturalmente, sarà la giustizia, con i suoi meccanismi funzionali, ad accertare e definire le dinamiche della vicenda, che da quanto fin qui emerso pare articolarsi sul piano economico, oltre passionale. Ma la riflessione deve andare più in là. Ogni volta che una donna muore per mano di chi diceva di amarla, è l’intera comunità a interrogarsi. Non basta l’indignazione a caldo, meno ancora i cortei con le candele. Serve un lavoro lungo nelle scuole, nei media, nelle famiglie. Occorre insegnare ai ragazzi che l’amore non è possesso, che la fine di una relazione non è una sconfitta virile, che la forza non è controllo.
Puglia e Basilicata hanno risorse morali e civili per affrontare tale sfida. Vi sono associazioni, magistrati, forze dell’ordine impegnate, amministrazioni sensibili. Ma devono fare i conti con un retaggio che non si cancella con i decreti. Il femminicidio è il sintomo estremo di una malattia più diffusa: la difficoltà di riconoscere pienamente la soggettività femminile.
Se davvero l’omicidio fosse stato mascherato da incidente, sarebbe la dimostrazione che la violenza non solo uccide, ma mente. Tocca alla società toglierle maschera. Nessuna strada può essere scambiata per destino quando a guidare è la volontà di annientare.
Alla conferenza Crimes Against Women,Jim Savage & Kristen Howell hanno dichiarato: « Le donne hanno più probabilità di essere ferite dalla violenza domestica che da incidenti d’auto, aggressioni e stupri messi insieme».