BARI - Millequattrocentonovantaquattro (1.494) giorni vissuti dietro le sbarre da innocente. E ripagati dallo Stato con 246.609 euro. Nicola Padolecchia, di 49 anni, detto il «borsaiolo», ha trascorso oltre quattro anni in carcere (dal 20 gennaio 2004 al 22 febbraio 2008) con l’accusa di omicidio. La vittima era Carlo delle Foglie, un giovane barese ucciso con un colpo di pistola alla testa il 4 dicembre 1991, il suo cadavere venne trovato bruciacchiato all’interno della propria auto nelle campagne di Giovinazzo.
Un delitto, quello avvenuto oltre 22 anni fa che resta senza colpevoli, dal momento che anche i coimputati di Padolecchia sono stati assolti in maniera definitiva. E che, adesso, comporta per lo Stato il risarcimento del danno per ingiusta detenzione riconosciuto dalla Corte d’Appello di Bari. Accolto, infatti, l’istanza di Padolecchia, assistito dall’avvocato Massimo Chiusolo.
Padolecchia viene arrestato a Rimini nel gennaio 2004 con l’accusa di concorso in omicidio e detenzione illegale di arma da fuoco. A seguito della richiesta di rinvio a giudizio, l’imputato sceglie di essere giudicato in abbreviato. Il 23 ottobre 2006 il gup del Tribunale di Bari esclude l’aggravante della premeditazione e condanna Padolecchia a 16 anni di reclusione. Le porte del carcere si riaprono il 22 febbraio 2008 quando la Corte d’Assise d’Appello assolve Padolecchia per non avere commesso il fatto. La sentenza viene impugnata dalla Procura Generale davanti alla Corte di Cassazione che, il 24 giugno successivo, rigetta il ricorso. L’assoluzione di Padolecchia è definitiva.
L’uomo era stato accusato principalmente dal pentito Mario Capriati di avere partecipato al delitto, quale esecutore materiale insieme con altri esponenti del clan Capriati. Dichiarazioni confermate anche dai collaboratori Tommaso Laraspata, Nicola Milloni, Saverio De Marzo, Giovanni Mercoledisanto e Onofrio Attolico, ma ritenute imprecise e contraddittorie. Di qui l’assoluzione con formula dubitativa.
Nella sua istanza, Padolecchia, assolto in un altro procedimento anche dall’accusa di associazione mafiosa, motiva il risarcimento dei danni «in considerazione della gravità e delle infamanti contestazioni mossemi e delle conseguenze che tale detenzione detenzione mi ha provocato» e della «particolare sofferenza da me patita».














