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Stefano ucciso dal papà Dopo un anno, mamma Angelica: viva nel dolore

Stefano ucciso dal papà Dopo un anno, mamma Angelica: viva nel dolore

Stefano ucciso dal papà Dopo un anno, mamma Angelica: viva nel dolore

 
Stefano ucciso dal papà Dopo un anno, mamma Angelica: viva nel dolore

Giovedì 30 Giugno 2011, 09:59

02 Febbraio 2016, 23:29

di ROSARIA GALASSO

«Non gli auguro la morte. Anzi. Spero che viva a lungo, tenendosi dentro questo peso, questo dolore straziante per tutta la vita. Esattamente lo stesso dolore che mi accompagna e che mi accompagnerà per tutta la vita». Mamma Angelica ha un corpo esile e due occhi grandi. Che hanno visto ciò che una madre non dovrebbe mai vedere: il suo bambino morto, ucciso a due anni dall’ex compagno, Gianfranco Mele; il padre di suo figlio, che mai una volta cita se non in maniera indiretta. Oggi, a un anno esatto da quella tragedia, consumata nell’abitazione estiva dei genitori di Mele, Angelica ricorda il suo piccolo Stefano, ma in modo speciale. Un video, musica e canzoni cantate dai bambini nella chiesa della Madonna della Fiducia di Giorgilorio, «perchè con questa iniziativa - spiega - non voglio ricordare la morte di mio figlio ma celebrarne la vita, per far sapere anche a chi non lo conosceva quanto fosse speciale». 

Angelica è seduta su una sedia che pare dieci volte più grande di lei. Uno scricciolo schiacciato dal peso di un dolore che è ancora troppo grande da sopportare, ma che lei, passo dopo passo, sta imparando a metabolizzare. Sembra sicura Angelica, ma crolla appena comincia a parlare del suo bambino. Non basta la sigaretta che accende e fuma nervosamente. La mano corre dritta a un ciondolo a forma di cuore, tenuto al collo da un sottile filo d’oro. Sopra, serigrafato, c’è il volto del suo bambino. «Un regalo di mio padre. Ho pianto così tanto quando me l’ha dato, ma ora non riesco più a staccarmene. Dietro c’è scritto “Uniti per sempre”, perchè è così che io e Stefano siamo». 

Un lungo respiro ricaccia indietro le lacrime. Per la prima volta Angelica ha deciso di aprire il suo cuore, anche se non è facile. «Voglio poter dire quanto è stato bello essere la mamma di Stefano, anche se per poco tempo. Ora che non c’è più non so neanche io come riesco a sopravvivere. Già è insopportabile e innaturale la perdita di un figlio per un genitore, ma quello che è accaduto a me è straziante, non si riesce nemmeno a raccontare». I ricordì, però, riaffiorano prepotenti, e le lacrime ricominciano a solcare quel viso tirato, segnato da un dolore indicibile, adesso come un anno fa. «I primi mesi ho vissuto in uno stato di torpore, non sapevo nemmeno dove mi trovavo. Ancora adesso, quando esco dal lavoro, a volte ho la sensazione di ritornare a casa da lui, perchè è Stefano il mio pensiero». Angelica non vive più nella casa che divideva con il suo piccolino e il compagno. «Non avrei potuto sopportarlo», confessa. E’ tornata dai genitori. La mattina va a scuola, il pomeriggio lavora. «E ho imparato a conviverci con questo dolore, lo associo alla speranza di poter rivedere un giorno il mio bambino. Quel giorno staremo insieme, io e lui, e sarà bellissimo. Stefano mi ha fatto crescere; con lui ho imparato ad amare incondizionatamente, perchè un figlio lo ami così, in maniera assoluta, indissolubile». 

L’orrore di quel giorno è lì, accanto a lei. Ma cerca di scacciarlo. «Non voglio che mi appartenga il momento della sua morte, ma tutta la vita che ho vissuto con lui. Ci sono volte in cui mi chiedo come è potuta accadere una cosa del genere. E’ come se lui avesse ucciso due volte: me e il bambino. Lo dico sempre, sono viva, ma una parte del mio cuore è morta insieme a mio figlio. All’inizio ho pregato Dio di farmi morire, ma sono sopravvissuta, e se non ho fatto sciocchezze è stato per la fede, perchè ho sempre pensato che in quel caso Dio non mi avrebbe fatto rivedere mio figlio. Forse è giusto aspettare il mio momento, perchè, chissà, qui sulla terra ho ancora qualche compito da portare a termine, forse solo aspettare la giustizia». Di Stefano, Angelica ricorda ogni cosa, anche quella sensazione che - dice - l’ha sempre accompagnata. «Ho sempre avuto il timore che potesse accadergli qualcosa, che potessi perderlo. La sera prima che lui andasse via (Angelica non parla mai di morte ndr) avevo una strana sensazione. Sentivo come un peso sul mio corpo. Poi il giorno della tragedia avevo continui mancamenti. L’ultima volta che mi sono sentita con lui (Giampiero) gli avevo detto di voler andare in ospedale perchè non mi sentivo bene. Poi lui mi ha chiamato, e mi ha detto quello che aveva fatto. Non ci credevo, non ci potevo credere, poi ho cominciato davvero a pensare che aveva fatto qualcosa di terribile. L’ho percepito. Era diverso». 

Eccolo l’orrore che ritorna, che le spezza la voce. «Ho chiamato i miei genitori, ho preso la macchina anche se loro non volevano. Ho chiamato la polizia, poi mentre percorrevo il curvone della Baia Verde ho quasi perso il controllo della macchina. In quel momento ho sentito l’odore di mio figlio. In quel momento ho capito che Stefano non c’era più. Ho continuato fino alla villetta di Torre San Giovanni, ma quando sono arrivata sono crollata. Ho visto la polizia, ho capito che era tutto vero. Ho avuto una crisi, mi hanno portato in ospedale». Da quel momento i ricordi si fanno vaghi, labili. «E’ come se per quattro mesi avessi vissuto da u n’altra parte. Pregavo Dio perchè mi facesse morire, ma sono ancora qui. Ora cerco di cogliere le piccole cose per poter stare bene. Adesso è questo che devo fare, anche se la mia vita non sarà più quella di una volta. Perchè le cose non dovevano andare così». Ogni mamma immagina la vita del suo bambino da grande. «Quando Stefano è stato battezzato gli è stato regalato un diamante. Pensavo che lo avrei conservato per quando lui avesse avuto una fidanzata, avrebbe potuto farne un anello...». 

Piange Angelica, perchè il suo bambino non diventerà mai grande. Ora va da lui ogni domenica, al cimitero. «Devo andare, ne ho bisogno. E l’ho fatto sin da subito, appena uscita dall’ospedale. Non nascondo che sono ancora in cura da una psicologa, parlare con le persone per me è una fatica, difficilissimo. Questa è la prima volta che lo faccio. E, ripeto, per celebrare mio figlio, che ora è un angelo e un ricordo bellissimo». Un ricordo fatto di piccole cose: giochi, vestitini. «Ho ancora un calzino con l’orma del suo piedino; un cappellino che indossava sempre. Anche il pigiamino dell’ultima sera che ha dormito con me. Conservo tutto gelosamente». E aspetta Angelica. Attende l’esito di un processo che si preannuncia lungo. Mele non è mai entrato in carcere, è in una clinica psichiatrica. «Ma io sono fiduciosa, sono certa che ci sarà giustizia. Nessuno può decidere della vita di un altro senza pagarne le conseguenze. E’ stato ucciso un bambino di due anni. Credo nella giustizia, in una sentenza giusta che spero arrivi quanto prima. Poi sarà Stefano a guidarmi. Io lo vedo, lo sento in ogni cosa. Era un bambino speciale. Lasciava il segno. Era precoce, gioioso. All’asilo era lui che accoglieva gli altri bambini quando arrivavano. Era tranquillo, affettuosissimo. E ci amavamo». Ecco che ritorna il sorriso sul viso di questa piccola mamma. «Gli piaceva la “pissia” - dice - è così che chiamava la pizza. E da poco gli avevo tolto il «duccio», il ciuccio, però quando è andato via io gliel’ho messo...gliel’ho messo lì. Parlava tanto, diceva tante cose. Quando mi vedeva sul letto mi diceva “mamma alzi”, oppure “mamma eni”, per dire vieni. Poi amava il triciclo, giocare con la “pai”, la palla. Ed era pazzo del “datte”, il latte. Già a un anno diceva “grazie” e “prego”, ne ero orgogliosissima. Mi sarebbe piaciuto vederlo crescere, ma non mi è stato concesso. Eppure a Giampiero non lo avrei mai tolto. Era il mio confidente, il mio amico, la mia famiglia. Forse non eravamo più una coppia ma era il padre di mio figlio, questo non sarebbe mai cambiato. Gli avevo solo chiesto un poco di tempo, eppure lui me lo aveva preannunciato. “Mercoledì finirà tutto”. Ma io non ho capito, non potevo capire».
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