Un pasticciaccio brutto. La chiusura delle trattative al tavolo del Mimit per la Vertenza Natuzzi ora apre scenari ben poco rassicuranti. «Il tema è estremamente rilevante per la Regione, per le sue ricadute occupazionali e per l’intera storia di Natuzzi – ha sottolineato l’assessore allo Sviluppo economico Eugenio Di Sciascio -. Stiamo facendo tutto quello che è possibile per riportare le parti al tavolo. Le distanze ci sono e al momento appaiono incolmabili, ma qui in ballo c’è il futuro dei lavoratori e delle lavoratrici Natuzzi. Dobbiamo comunque puntare a rimetterci tutti attorno a un tavolo, trattare e trovare una soluzione condivisa. Il Gruppo Natuzzi per la Murgia e per lo sviluppo dell’intera Puglia ha rappresentato e rappresenta un faro di crescita e un esempio per la sua creatività. Tutto questo deve essere salvato. E come Regione quello che possiamo mettere sul tavolo è l'approfondimento sulle misure di decontribuzione legate al possibile rientro di produzioni come passaggio importante»
Solo qualche giorno fa durante la seduta delle commissioni congiunte, Bilancio e Industria e Commercio, il presidente del Sepac Leo Caroli aveva dichiarato: «Il territorio della Alta Murgia, la Puglia non è in condizioni di sostenere e ammortizzare questa bomba sociale se dovesse esplodere. Dobbiamo salvare la Natuzzi. Sì, l’azienda soffre di una sovracapacità produttiva. Le commesse non bastano a impegnare tutti i lavoratori che in tal senso rischiano di diventare esuberi, ma si deve trovare una soluzione».
E gli esuberi ammontano a 400 lavoratori, 400 famiglie in un territorio arido di alternative.
«La nostra attenzione su Natuzzi è perché non si tratta solo di Natuzzi – ha spiegato Caroli -, come Sepac noi stiamo monitorando e mappando l’intero distretto. Tra Altamura, Santeramo e Matera c’è un intero cosmo di aziende che rischiano un effetto a catena. E questo non lo possiamo permettere».
Resta la porta sbattuta che adesso si deve riuscite a riaprire. Un obiettivo che anche le organizzazioni sindacali hanno messo nero su bianco nel comunicato che sanciva la rottura delle trattative. «La ripresa del tavolo di confronto con Natuzzi rimane il nostro obiettivo centrale – hanno affermato FenealUil, Filca Cisl, Fillea Cgil e Filcams Cgil, Fisascat Cisl, Uiltucs, insieme alle rsu del gruppo Natuzzi -. Ora aspetteremo di capire cosa emergerà dal consiglio d'amministrazione, poi faremo le assemblee e decideremo il da farsi con i lavoratori».
Da parte sindacale l’intesa deve necessariamente ripartire su tre pilastri: il tema delle internalizzazioni, un quadro certo di prospettive industriali e produttive per la definizione e tutela del perimetro industriale e l’attivazione di piani di incentivo all’esodo su base volontaria.
«Il punto è che non si può chiedere a chi da 23 anni permette di sostenere l’azienda facendo sacrifici, di continuare a farne senza alcuna garanzia e prospettiva - evidenziano i sindacati -. Peraltro i lavoratori della Natuzzi pagano due volte: come operai (con gli stipendi dimezzati) e come cittadini (con il sostegno pubblico derivante dalle tasse). E’ a questo sistema che noi abbiamo detto basta»
La posizione dell’azienda è stata invece dettagliata in una nota pubblicata immediatamente dopo la rottura delle trattative: «il Piano Industriale 2026-28 che è la risposta strategica alla necessità di affrontare la forte instabilità geopolitica ed economica attuale e di adattare il proprio modello di business in risposta ad uno scenario globale in profonda trasformazione. Auspichiamo che i sindacati recuperino a livello nazionale quanto territoriale la necessaria consapevolezza del quadro complesso in cui l’azienda dovrà muoversi».
















