«Hanno parlato di invasione, invece, è stata una vera liberazione». È con queste parole che una donna italo-venezuelana, residente a Bari, commenta quanto accaduto nelle ultime ore in Venezuela. Nella comunità italo-venezuelana della Puglia le notizie arrivate da Caracas sono state accolte tra emozione, sollievo e paura per ciò che potrà accadere adesso.
Gabriella D’Alessandro ha cinquantadue anni, è nata e cresciuta in Venezuela da padre italiano e madre venezuelana e racconta una storia che è quella di migliaia di famiglie. «Mio padre emigrò in Venezuela dall’Italia e fu accolto come uno di casa. Io e i miei due fratelli siamo nati e cresciuti lì», spiega. «Quando arrivò il primo colpo di Stato, mio padre capì subito che la situazione stava diventando pericolosa e decise di farmi tornare in Italia da mia zia per iniziare il percorso universitario. I miei fratelli più piccoli rimasero a Caracas con lui ancora per qualche anno. Con Chávez prima e Maduro poi il paese è stato distrutto. È stato un regime che ha creato odio, persino nelle scuole. Ai bambini veniva insegnato che “essere ricchi fa male”. Hanno cresciuto una generazione nella rabbia. Questa è l’immagine più difficile da accettare: un popolo che ha perso la sua natura solare e accogliente».
Le condizioni di vita, racconta, sono diventate insostenibili. «Si vive con dieci o venti dollari al mese. La sorella di mia madre prende una pensione di quaranta euro: le mandavamo duecento euro dall’Italia per farla sopravvivere». Un popolo conosciuto per la sua generosità, spiega, è stato piegato dalla fame. «Hanno creato consenso sulla disperazione. Ho parenti, amici, ex compagni di classe sparsi in tutto il mondo: Australia, Italia, Europa. Siamo almeno 11 milioni ad essere scappati. Fa rabbia leggere i commenti di tanti italiani sui social contro Trump. Parlano per ignoranza».
La notizia della cattura del presidente venezuelano è arrivata all’alba. «È accaduto tutto nella notte. Loro sono stati svegliati da rumori confusi ma purtroppo sono abituati a vivere come in guerra: senza corrente, senza acqua. Ma questa volta si sono svegliati e hanno scoperto di essere stati liberati da un incubo». A Bari vive anche Clara, da quarant’anni in Italia, attiva nella comunità italo-venezuelana e nelle manifestazioni per i diritti umani. «In Puglia il legame con il Venezuela è fortissimo. I pugliesi emigrati lì negli anni Sessanta sono stati persino più di quelli che hanno scelto gli Stati Uniti. Una comunità che anche qui è molto numerosa: nella provincia di Bari siamo quasi mille. Anche per Clara parlare di invasione è sbagliato, ma occorre essere cauti: «Il governo non è ancora completamente caduto: è stato tolto solo il primo anello. Ora tutti hanno paura, soprattutto chi faceva opposizione perché gli uomini di Maduro sono ancora lì e sono spietati. Fino a quando non ci saranno elezioni libere, la tensione resterà altissima».
La donna ricorda anni di repressione: «Maduro è un narcotrafficante, un assassino. Quando il popolo scendeva in piazza per chiedere sicurezza, veniva selvaggiamente aggredito. Più di quindicimila arresti tra gli oppositori, molti anche di origine italiana. La gente è stata zittita con il terrore». Ora prevale un sentimento sospeso: «Aspettavamo questo momento da trent’anni. Ma abbiamo paura di come reagiranno gli uomini del regime. Il problema è il tempo che sarà necessario per liberare completamente il Paese. Nonostante le sanzioni internazionali, non era cambiato nulla. Molti di noi dicono che da soli non ce l’avremmo mai fatta. Per questo il mio popolo sarà per sempre grato a Trump». Nelle chat che collegano famiglie e amici in tutto il mondo, da Caracas a Bari, il messaggio è uno solo. «Oggi festeggiamo. Molti di noi sono scappati dal Venezuela perché non era più il nostro Paese. L’immagine che non potrò mai dimenticare? Nel 2016 gli studenti scesero in piazza a Caracas per fermare il governo. Furono colpiti uno ad uno alla testa. Un massacro».
















