Domenica 08 Marzo 2026 | 11:52

Lorenzo Zurino: « Trema l’export italiano, serve subito un tavolo»

Lorenzo Zurino: « Trema l’export italiano, serve subito un tavolo»

Lorenzo Zurino: « Trema l’export italiano, serve subito un tavolo»

 
leonardo petrocelli

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leonardo petrocelli

Lorenzo Zurino: « Trema l’export italiano, serve subito un tavolo»

Così il presidente del Forum Italiano dell’Export. E' l'effetto del complicarsi della situazione nello Stretto di Hormuz: navi bloccate, merci che non possono transitare, costi dei container alle stelle

Domenica 08 Marzo 2026, 09:59

Non solo gas e petrolio. Il complicarsi continuo della situazione nello Stretto di Hormuz rischia di innescare una crisi economica dagli effetti rovinosi. Navi bloccate, merci che non possono transitare, prodotti che si deteriorano, rotte alternative non percorribili. Il mondo dell’export lancia l’allarme, un grido che però si perde, coperto dal suono delle bombe e dalla preoccupazione per la sorte degli italiani bloccati nel Golfo. Ad alzare la voce più di altri, denunciando la necessità di «accendere un faro» sulla questione, è Lorenzo Zurino, presidente del Forum Italiano dell’Export.

Presidente Zurino, cosa rappresenta per le nostre imprese lo Stretto di Hormuz?

«Le rispondo con un numero: da lì passa il 20% del petrolio mondiale e una quota significativa del gas naturale liquefatto. Provate a immaginare che conseguenze ci sarebbero in caso di blocco prolungato. Anche in Italia».

Ecco, proviamo a immaginarlo...

«Aumenti a cascata. Aumento dei prezzi dell’energia, degli spostamenti su gomma, delle materie prime, dei prodotti agroalimentari che troviamo sugli scaffali dei supermercati. Senza considerare che alcuni beni potrebbero mancare del tutto. E infine il riscaldamento che in alcune zone di Italia, dove non fa così caldo, è ancora acceso».

Questo per quanto riguarda l’energia. E invece le navi cariche di merci?

«Ci sono 140 navi portacontainer bloccate a largo dello Stretto di Hormuz, senza contare le petroliere. Sono circa 600 le imprese italiane che a vario titolo operano in quell’area e quindi questo significa un stop al transito di materie prime dall’Italia ai Paesi dell’area del Golfo e viceversa. Vede, questa crisi è certamente bellica e geopolitica ma va analizzata anche sotto il profilo economico perché le ricadute sono terribili».

Quanto vale, per il Made in Italy, l’area del Golfo?

«L’interscambio Italia-Gcc (Consiglio di cooperazione del Golfo, ndr), cioè con il blocco commerciale di quella zona, vale 18 miliardi e mezzo. E se ci aggiungiamo gli interscambi con i Paesi vicini arriviamo anche a 50 miliardi».

Dunque non è solo una destinazione finale ma anche una piattaforma logistica?

«Sì, è un po’ come il caso di Dubai. Quello che Dubai consuma direttamente è molto relativo, ma si tratta di uno straordinario hub per arrivare ai mercati vicini».

Ma di che tipologia di aziende parliamo? Quali sono i prodotti italiani più richiesti da quei mercati?

«Macchinari, farmaceutica, fashion e agroalimentare».

Quindi si può presumere che ci siano anche aziende meridionali in prima linea.

«Assolutamente sì, soprattutto in riferimento all’agroalimentare. Il mondo dell’ortofrutta che va dalla Puglia o dalla Sicilia a Dubai movimenta un traffico di miliardi. E tuttavia si tratta di un settore molto delicato perché faticherebbe più di altri a trovare nuove soluzioni».

Non si potrebbe usare una rotta alternativa?

«Ecco, il punto è questo. Penso proprio alle aziende pugliesi: si potrebbe suggerire loro di passare per il Capo di Buona Speranza ma il timing sarebbe talmente alto da rischiare il deterioramento dei prodotti. Una soluzione non percorribile. Purtroppo sono problemi di cui si sta parlando poco o nulla».

Le risponderebbero che, in questa fase, le priorità non possono essere le mozzarelle o gli abiti di alta moda.

«Non c’è dubbio. Sono il primo a dirlo: mettere al sicuro gli italiani che sono in zone a rischio e percorrere la via diplomatica per garantire la pace devono ovviamente essere le priorità della Farnesina. Non a caso, in passato, esisteva il Ministero del Commercio con l’Estero che si occupava del destino delle aziende mentre il Ministero degli Esteri si spendeva, a tempo pieno, per pace e sicurezza».

Il problema è che il Ministero del Commercio con l’Estero non esiste più da vent’anni. Quindi che si fa?

«L’unica cosa possibile. Abbiamo chiesto alla Farnesina di convocare urgentemente un tavolo di natura economico-commerciale per discutere di questi temi. Mi ripeto: capisco il nodo delle priorità ma c’è una questione economica esplosiva».

Cosa chiederete concretamente?

«Due cose. Innanzitutto, disinnescare a monte le speculazioni: il costo container sta salendo a 11mila euro mentre normalmente è di 3mila. E poi bisogna evitare vuoti di stock nelle zone colpite dalla guerra lavorando al magazzinaggio in aree buffer, cioè sicure. Ci siamo già passati al tempo di altre crisi, sono azioni indispensabili da mettere in campo al più presto».

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