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Ecco perché è falsa la perizia di Pascali

di Massimo Brancati

Fu incaricato di analizzare il corpo di Elisa Claps, compreso gli indumenti, per cercare tracce biologiche riconducibili all’unico sospettato della morte della ragazza, Danilo Restivo. Ma il genetista Vincenzo Pascali «scartò», tra i reperti da esaminare, la maglia di Elisa. Ritenendola inutile. Proprio quella maglia «inchiodò» Restivo: su di essa, infatti, i carabinieri del Ris rinvennero tracce di Dna compatibili con quelle dell’indagato.

È questo il «cuore» dell’accusa mossa a Pascali, condannato dal tribunale di Salerno a un anno e sei mesi di reclusione per falso in perizia. Nelle 46 pagine delle motivazioni della sentenza, il giudice Ubaldo Perrotta ricostruisce l’accaduto spiegando nel dettaglio quali sono i punti contestati al genetista: 1. Pascali affermava che non era stato possibile prelevare campioni biologici in particolare dalla maglia e dal femore. «Attestazione falsa - scrive il giudice - in quanto i reperti non venivano proprio sottoposti ad esami e, pertanto, nessuna ricerca era avvenuta sugli stessi»; 2. il perito spiegava che solo una parte dei campioni avviati all’esame mostrava di contenere Dna positivamente misurabile, indicando come soglia minima utile ad ottenere un profilo genetico completo quella tra 10 e 20 nanogrammi. «Circostanza non vera - sottolinea il giudice - atteso che la soglia minima di Dna necessaria a fini identificativi è di almeno venti volte inferiore».

Il giudice Perrotta, nelle motivazioni, evidenzia come Pascali sia caduto più volte in contraddizione sulla vicenda della maglia, prima parlando di un reperto tecnicamente non analizzabile, poi scaricando la responsabilità sul perito nominato dalla Procura, Stefanoni, che non l’avrebbe classificata tra le priorità, poi ancora ammettendo di aver fatto un errore: «Sin dalle primissime battute del processo - scrive il giudice - l’imputato da un lato ha parlato della scelta consapevole di non sottoporre ad analisi la maglia e dall’altro ha aspramente criticato i risultati raggiunti dai nuovi periti, che trovarono il Dna sulla maglia, a suo avviso basati su procedimenti scientifici fallaci e influenzati dalla conoscenza del profilo dell’imputato Restivo». Quanto alla soglia minima per ottenere un profilo genetico completo, Pascali ha detto, denotando grande confusione, che la sua «è un’affermazione astratta che potrebbe essere considerata un refuso... o di scrittura oppure di copia e incolla preso da altri documenti».

Nelle motivazioni della sentenza spunta anche la convocazione «irrituale» di un incontro tra periti di parte con l’avvocato della famiglia Restivo fatta dallo stesso Pascale, durante il quale il genetista comunicò i risultati delle analisi su un materasso e una federa ritrovati nel sottotetto della chiesa della Trinità da cui estrarre tracce biologiche. In quell’occasione Pascale disse che il Dna ritrovato non era di Restivo (nel frattempo, però, erano in corso altre perizie). Quella riunione fu convocata senza comunicarlo neppure all’allora Pm Volpe.

«Posto che la perizia ormai è stata dichiarata palesemente falsa, come avevamo sostenuto fin dall’inizio - tuona Gildo Claps, fratello di Elisa - ora non resta che rispondere a una domanda che racchiude tanti altri interrogativi: perché? Perché ci sono stati tutti questi silenzi, omissioni e depistaggi? Perché un perito di fama internazionale qual è Pascali mette in atto una perizia falsa? Chi aveva interesse a nascondere la verità su questa vicenda?». Domande che riecheggiano anche sull’altro lato oscuro dell’inchiesta, quello del ritrovamento del cadavere di Elisa. A tal proposito, l’avvocato della famiglia Claps, Giuliana Scarpetta, ha depositato un memoriale al tribunale di Potenza in cui chiede di valutare la possibilità del rinvio a giudizio dei sacerdoti e dell’ex vescovo Superbo.

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