Sabato 25 Giugno 2022 | 12:42

In Puglia e Basilicata

veleni industriali

Tito e Val Basento l’eterna promessa ma i siti restano inquinati

Potenza, l'ex Liquichimica da bonificare

Dal 2002 si attende la bonifica. Le due aree «Sin» lucane spariscono dal dossier Sentieri sull’incidenza tumorale

18 Giugno 2022

Massimo Brancati

POTENZA - Tre lustri non sono bastati. Montagne di scartoffie, annunci, promesse, conferenze di servizio, convegni. Tutto inutile, o quasi. Se non siamo all’«anno zero» poco ci manca. Si chiamano «Sin», acronimo che sta per Siti di Interesse Nazionale da bonificare. Già, da bonificare. Ma le due aree lucane interessate, Tito e Valbasento, perimetrate rispettivamente nel 2002 e nel 2003, sono ancora alle prese con i veleni industriali, risultato di anni di smaltimento incontrollato di rifiuti anche pericolosi. Vere e proprie «bombe ecologiche» nei dintorni dei quali vivono migliaia di cittadini.

Che fine ha fatto la loro bonifica? Non si muove foglia nel silenzio tombale. Ora scopriamo che anche il dossier «Sentieri» (Studio Epidemiologico Nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da Inquinamento) ha gettato la spugna. Nell’ultimo rapporto, infatti, l’indagine frutto del Programma strategico nazionale «Ambiente e salute», coordinato dall’Istituto superiore di Sanità, non prende più in considerazione Tito e Valbasento tra le aree da monitorare per l’insorgenza di tumori. L’ultima volta che se n’è occupato è stato il 2018, certificando per entrambi i «Sin» lucani - nel periodo 2006-2013 - una mortalità più elevata del 5% e un aumento di tumori maligni pari al 9% per i cittadini tra 0 e 24 anni.

Nessuna traccia della Basilicata nel nuovo report. In linea con l’immobilismo che sembra regnare sull’intera questione. Chissà, poi, perché proprio nel 2018 l’ultimo cenno a Tito e Valbasento. Sarà perché proprio in quell’anno l’allora assessore regionale all’Ambiente, Pietrantuono, annunciò in pompa magna che tutti gli interventi di bonifica a Tito e nella Valbasento sarebbero stati completati nel 2020. Gli esperti di Sentieri ci hanno creduto al punto da cancellare i siti dalla lista. Magari la pandemia avrà inciso sulla tempistica, ma non giustifica la lentezza con cui si procede. Lì ci sono (visibili e non visibili) inquinanti pericolosi per la salute. Basta citare gli ormai tristemente famosi 600 sacchi di amianto ammassati nell’area dell’ex Materit e le tonnellate di fanghi e di manufatti in eternit sotterrati nei 76mila metri quadrati di pertinenza dell’azienda dismessa ormai dal lontano 1989. E questo è solo, diciamo così, l’inquinamento «certificato». Perché, a sentire alcuni ex lavoratori della zona, ci sarebbero rifiuti nocivi disseminati nei dintorni di Ferrandina, con i calanchi presunti «custodi» clandestini di amianto.

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