Giovedì 29 Settembre 2022 | 22:47

In Puglia e Basilicata

«Combatto per la mia piccola Sofia»

15 Maggio 2016

«Il giardino di Sofia». Mamma Antonella, due grandi occhi scuri, lo definisce un sogno nel cassetto. Lo aveva immaginato pieno di fiori e piante della macchia mediterranea insieme alla piccola Sofia, venuta a mancare a soli quattro anni e mezzo lo scorso 10 aprile. Un mese sembra ancora troppo poco tempo per metabolizzare un lutto così terribile. Eppure emana una forza incredibile quest’esile donna che aveva presto capito che quella neoplasia cerebrale, una delle forme più aggressive, diagnosticata a sua figlia all’età di tre anni e mezzo, sarebbe stata più crudele di ogni peggiore prospettiva. Ed, infatti, se l’è portata via in sette mesi.
Ora a ridare la forza è la voglia di realizzare qualcosa - l’Istituto di ricerca di eccellenza e il giardino dalla macchia mediterranea aperto a bambini di ogni età - che dia un senso al dramma e prospettive a tanti altri.

«Evidentemente Dio aveva un disegno diverso» sospira la mamma ripercorrendo le sofferenze di quei sette mesi. Racconta, infatti, della ricerca di qualsiasi cosa che, fallendo la medicina convenzionale, potesse far vivere quel tempo della sofferenza e della malattia con una qualità di vita «migliore». Racconta di quel ritrovarsi soli a lottare, dell’esperienza nei vari ospedali in Italia, dell’inefficacia delle terapie, dell’umanità dei medici di San Giovanni Rotondo e dei farmacisti di Alliste, di quell’amore per la vita trasformatosi in spirito di sopravvivenza, del calvario di una radioterapia sperimentale e dell’esile filo di speranza legato alla terapia della cannabis, dei dentini estratti anzitempo alla piccola Sofia per impedirle che la più semplice infezione potesse farle precipitare le sue condizioni fisiche, dei disegni e della passione per la manipolazione di Sofia, e di quelle Barbie e dei racconti di principesse senza futuro accarezzate con gli sguardi della fantasia.
«Sofia era dolcissima e la malattia l’aveva resa ancora più docile. Lei si affidava completamente a me», prosegue la mamma. Che in quei mesi si era ostinata a chiamare «brutto raffreddore» quel mostro orribile. «Perché - dice - a quattro anni non si può avere consapevolezza di cosa sia la malattia». [M.R.G.]

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