Martedì 19 Gennaio 2021 | 21:27

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BARI - E’ «stanco» ma la voglia di aiutare i pazienti con il Covid che hanno «il terrore negli occhi», e quella di dare una mano ai suoi colleghi «che rischiano la vita ogni giorno», lo tengono sveglio anche dopo turni di 12 ore consecutive, di notte, in terapia intensiva. Il medico anestesista e rianimatore pugliese Felice Spaccavento, 49 anni, aveva lasciato la sala operatoria un anno fa per occuparsi di cure palliative e malati terminali, ma con l’arrivo di questo terribile virus che costringe i «pazienti a rimanere soli» e mette in pericolo il personale sanitario, ha sentito il bisogno di tornare: un lavoro extra rispetto «al mio - spiega - ma ogni ora di servizio in più, per le quali non chiedo nulla, la dedico al personale sanitario che non ha superato questa pandemia».

In questo momento Spaccavento ritiene non abbia "assolutamente senso» pensare al cenone di Natale: «Per la situazione qui da noi e per il confronto che abbiamo con tutti gli anestesisti d’Italia non vediamo assolutamente nessuna luce in fondo al tunnel: gli ospedali sono pieni di pazienti gravi, le rianimazioni sono straripanti e le semintensive pure, e i reparti d’area medica hanno pazienti in sovrannumero».

«Questa è una patologia molto seria - rileva - e temo che si sottovaluti molto la situazione: se non riusciamo a controllare questa seconda ondata, la terza ci distruggerà completamente».
Per descrivere cosa provano i malati Covid, Spaccavento racconta che «l'altro giorno in semintensiva c'era una paziente di 35 anni che mi guardava con gli occhi sbarrati, chiedendomi un aiuto 'umanò più che da medico. Nessuno può stare con questi pazienti e percepivo nei suoi occhi il terrore, mi ha fatto venire i brividi. Mi sono seduto vicino a lei perché si calmasse».
Questa malattia «ti lascia stordito», aggiunge il medico ricordando che l’esperienza con il Covid è più forte e dura di quelle che ha avuto sia da «volontario nel campo rifugiati dalla guerra del Kossovo», sia «nell’incidente ferroviario del 2016 in Puglia», in cui morirono 23 persone, sia nel suo lavoro quotidiano con i malati terminali, «spesso giovani e bambini».
«Pensavo il mio cuore fosse abituato», spiega, ma «questo è un dolore diverso, è il dolore della paura di una malattia ignota, dell’impreparazione». Questo virus «non ha attualmente una terapia riconosciuta» e «molto spesso i pazienti arrivano in condizioni drammatiche».

Il medico racconta «il silenzio della rianimazione, interrotto solo dal suono dei monitor e dagli allarmi». E la fatica di stare «dodici ore in quella tuta» in cui «anche cose così banali come grattarti il naso diventano impossibili». All’alba, poi, «lo sguardo attento degli infermieri come all’inizio del turno, molti di loro giovanissimi, sempre in moto con gli ausiliari: non ho mai visto tanto rispetto e cura verso il malato».
Spaccavento, infine, ci tiene a precisare che il «Covid ha messo malattie e pazienti pur importanti in secondo piano ma anche loro devono essere considerati, ecco perché io non li ho lasciati: i malati di Covid e i malati che non lo hanno vanno tutelati. Sempre». 

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