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Mina, per cominciare. La sua voce. «C’è una luna turchese e diamante stanotte / Che può spezzarmi il cuore / Tu con le tue mani / Io con i miei occhi / Con la mia bocca / tornando a casa / Aiutiamoci a ricominciare». Le strofe di Luna diamante, il brano scritto da Ivano Fossati, si accordano perfettamente al nuovo film di Ferzan Özpetek. Da ieri sugli schermi, La Dea Fortuna è la tredicesima regia cinematografica del sessantenne autore italo-turco. Diciamo subito che è un’opera riuscita, tanto commovente quanto a tratti divertente, con dei momenti in autentico stato di grazia: il ballo collettivo sotto la pioggia in un terrazzino romano, le scene sul traghetto per Palermo e quelle alla spiaggia di Mondello, non lontano da Villa Valguarnera, la dimora di Bagheria cara a Dacia Maraini che vi abitò. Per non parlare di taluni dialoghi tra i due compagni di vita che stanno per lasciarsi, persino sul versante comico, per esempio quando Edoardo Leo «imita» la cadenza bolognese di Stefano Accorsi (che in verità ha un italiano perfetto).

Non è un giallo, per fortuna, e possiamo rivelare che nell’epilogo de La Dea Fortuna c’è un bagno nelle emozioni a suggello dell’elaborazione del lutto da cui prende le mosse l’ispirazione di Özpetek. Infatti il film è dedicato al fratello Asaf e a due amici cari del regista, scomparsi nell’ultimo anno, e il dolore si stempera in una rigenerazione acquatica, meridiana, enigmatica, intessuta di ricordi e di provvide dimenticanze un po’ come nel precedente lavoro, Napoli velata del 2017.

Sceneggiato da Ferzan con Silvia Ranfagni e con Gianni Romoli che è pure produttore insieme a Tilde Corsi (e alla Warner), La Dea Fortuna mette in scena la crisi di una coppia omosessuale: un idraulico concreto e disincantato interpretato da Leo e il traduttore letterario Accorsi, più evanescente, come le sue ambizioni accademiche ormai naufragate. Ma i meccanismi della stanchezza relazionale dopo quindici anni di convivenza - dal declino dell’eros alle reciproche rivendicazioni, alle classiche corna occasionali o «strutturali» - potrebbero ben essere quelle di un ménage etero.

Il film comincia con una festa nuziale (non dei protagonisti), in cui non manca l’attrice-feticcio Serra Yilmaz. L’occasione rivela il contesto «comunitario» di un condominio romano, con i riti e i tic tipici del primo Özpetek di Le fate ignoranti e La finestra di fronte (stavolta però non siamo all’Ostiense o al Ghetto, bensì dalle parti della stazione Tiburtina). Il deus ex machina è l’arrivo di due bambini di undici e otto anni, figli di un’amica della coppia (Jasmine Trinca), che vive a Palestrina dove c’è il santuario della Fortuna Primigenia. La madre quarantenne deve sottoporsi a una serie di esami in una clinica della capitale in vista di un intervento chirurgico alla testa e affida la prole ai suoi amici. Preferisce loro alla nonna, una terribile baronessa superstite di un casato siciliano e residente nella lussuosa ma decaduta dimora che vedremo oltre (Barbara Alberti).

La custodia dei piccoli ospiti farà deflagrare le contraddizioni dei due adulti, eppure infine contribuirà a sanarle nel segno di una rinnovata consapevolezza delle passioni. Di scena c’è un discorso amoroso in frammenti, parafrasando Roland Barthes, ovvero un’opera che interpreta la Fortuna come un campo aperto per le scelte da assumere: «Aiutiamoci a ricominciare»... Molto bravi tutti gli attori, inclusi quelli dei ruoli minori, fra cui lo smemorato Filippo Nigro, che si rinnamora ogni giorno della moglie Pia Lanciotti, è un po’ lo stigma di questo bellissimo film di Natale.

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