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Relitti abbandonati nel porto «Le associazioni come soluzione»

di Mauro Ciardo

SANTA MARIA DI LEUCA - «Un organismo pubblico creato ad hoc si occupi della gestione dei relitti dei migranti».

A chiederlo dopo il reportage pubblicato ieri dalla Gazzetta del Mezzogiorno sulle condizioni dei velieri abbandonati nel porto, e ormai nel degrado totale, sono le associazioni che non possono accedere all’affido dei natanti, in quanto enti di diritto privato.

Un esperto del settore è l’ingegnere Mario Marinazzo, docente universitario a Bari e Lecce e ricercatore presso il laboratorio di Ingegneria gestionale di UniSalento, che segue da vicino le problematiche legate al sistema degli affidamenti di imbarcazioni e che ha fatto propria la proposta del Consiglio nazionale forense in merito al «Progetto Lampedusa», con cui un gruppo di studio ha chiesto una modifica alla normativa sul destino di tali imbarcazioni.

Il regime del sequestro e della successiva confisca è speciale rispetto a quello disciplinato dal codice di procedura penale: in pendenza del procedimento, infatti, i beni sequestrati vengono distolti dalla loro naturale definizione processuale della confisca o della restituzione agli aventi diritto ed è possibile il loro affidamento e, in mancanza, la loro distruzione a cura delle competenti autorità amministrative. Di conseguenza i mezzi sequestrati diventano inalienabili impedendo di fatto la riappropriazione da parte degli scafisti e delle organizzazioni criminali.

L’obiettivo del Governo è quello di contenere la spesa pubblica procedendo a uno smaltimento il più possibile a costo zero, e la stessa normativa individua nei soli organi di polizia i possibili affidatari, tanto in via provvisoria che definitiva. L’affidamento deve essere poi limitato alle sole finalità di giustizia, protezione civile e tutela ambientale.

Di diverso parere il Consiglio nazionale forense, che sostiene quanto sia inattuabile la disposizione a causa dei costi legati al trasporto e alla demolizione dei natanti, ricordando che nel corso di questi anni le istanze di affidamento presentate da enti privati sono state molteplici e per finalità anche diverse, come quelle culturali.

L’unica deroga finora concessa è stata per Lampedusa, dove le imbarcazioni dissequestrate sono state affidate ad associazioni e fondazioni per fini di utilità sociale.

«Questo modello potrebbe essere ripetuto in Puglia - auspica Marinazzo - senza nemmeno modificare la normativa in vigore. Basterebbe la creazione di un organismo ad hoc che operi a livello regionale oppure a livello sovracomunale come in seno alle Unioni dei Comuni, che prenda in carico i mezzi e si occupi della loro gestione e dell’affido. Lo stesso ente potrebbe autosostenersi facendosi pagare un canone da chi riceve la barca.

Questo - osserva - per evitare che vada disperso un patrimonio di valore consistente che rischia, se lasciato nell’incuria, di essere depredato e di andare in malora. Nella proposta del Consiglio nazionale forense - ricorda - viene auspicato di non limitare questa possibilità a una deroga caso per caso, ma di tradurla in una modifica normativa del Testo unico sull’immigrazione, al fine di ampliare il novero dei soggetti destinatari. Questa soluzione - conclude - favorirebbe un notevole risparmio economico per lo Stato se si considera che il soggetto affidatario, fin dal momento della consegna, sopporta i costi di manutenzione, funzionamento ed eventuale smaltimento dell’imbarcazione».

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