Un uomo distinto, sulla settantina. Poche parole, calibrate. Occhi come mirini, sorriso a mezzo labbro, di chi diffida. Fine pena: mai.
Era un ragazzo quando fu arrestato, anni Novanta. Figlio naturale del Salento, adottato ed entrato nella famiglia Sacra Corona Unita degli anni feroci di bombe, morti ammazzati, lupare bianche e puzza di sangue per le strade e le campagne. Il tempo che passa, la storia non la cancella.
Basta una traccia, una piccola chiave ad aprire i vasi comunicanti dei ricordi che questa terra si porta dentro, anche i più efferati. E per capire che tutto cambia perché nulla cambi.
Qualche permesso, un’altra pesante condanna appena confermata. L’ombra di un’araba fenice: mutata, ma non morta.
Come tutte le mafie, radicate al sud e ramificate ovunque, in ogni angolo del mondo. Perchè le mafie non sono affare di casa nostra ma cancro della società civile d’ogni dove. Quell’uomo ha vissuto più della metà della sua vita tra le sbarre, come il suo capo cardine.
«Ti sei dissociato?»
«Non è questione di dissociarsi, è che non c’è più…niente, non è più come una volta».
No, non l’ha fatto, intendo. Non ci sono evidenze documentate in questa direzione.
E il clan, pur piegato dallo Stato, non è spezzato. Le relazioni della Dia, le recenti operazioni di polizia giudiziaria, da ultima a novembre, quella dei carabinieri di Lecce in territorio di Campi e dintorni, dicono che c'è piena attivita e i capi dalle sbarre impartiscono ordini.
No, non s’ammazza come allora ma droga, usura ed estorsioni a queste latitudini continuano a rimpinguare le casse della Scu e mantenere molte famiglie di carcerati.
La prima volta che ho visto quell’uomo, era una foto sul giornale con la fascetta sugli occhi, la seconda un signore di mezza età che non ha perso un grammo del suo orgoglio.
In mezzo ci è passata una vita, al di là e al di qua delle celle.
Occhi contro occhi, senza abbassarli, due sponde diverse della storia, incrociatesi pochi minuti sul flusso di parole secche. Rotte da un campanello: un giovane venuto a trovarlo, con rispetto e riverenza. Di quelli che si riservano a pochi. A chi ha fatto la storia.
Ma che storia è, quella del terrore e del sangue, troppo spesso mitizzata da fiction approssimative e celebrative?
Le domande come i dubbi sono la bussola di chi scrive. Il giudizio, la condanna e le assoluzioni mestiere di altri.
In quel saluto ammirato e nella cultura mafiosa intrisa di prevaricazioni e storture, gli echi del consenso sociale che oggi è arsenale pingue e falange informe appannaggio delle mafie, una resa incondizionata, un baratto con un potere che pesca a mani basse tra giovani e nuove leve assetate di affiliazione.
Il seme del terrore e della violenza può germogliare sempre. Non è estinto. Lo ricorda la spregiudicatezza e ferocia, a tutt’oggi, della mafia foggiana. Per restare in Puglia.
Su grande scala e scacchieri vasti resta la calma.
Tacciono le bombe, la mafia smette di sparare. E nel silenzio, può non sembrare più una priorità.
Il male oggi ha facce che non fanno più paura, la mutazione stragista ha ceduto il passo alla normalità del malaffare diffuso, infiltrato nella società civile, nei cda di grosse realtà economiche, nei palazzi che contano. Meno morti, la gente respira e s’illude e la corruzione si propaga piena di metastasi, attraverso camicie inamidate, lauree e master esibiti dai perni di fiducia piazzati tra scranni e consigli direttivi. Gli schemi del passato sono saltati, la pax mafiosa ha polverizzato confini geografici e settoriali e le debolezze della società performante garantiscono l’attività principale di mafia spa: la droga. Non più rifugio dei disperati, ma bene di largo consumo, trasversale a classi sociali, culturali, sesso, età e portafogli.
Il 21 marzo ricordiamo le vittime innocenti di mafia, un elenco lungo e doloroso.
Ma la verità è che quell’elenco non basta: si allunga ogni giorno, lontano dai riflettori, nel silenzio che la mafia ha imparato ad abitare e che noi abbiamo smesso di interrogare.
















