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Loredana Capone, cosa significa essere la prima donna ad occupare la carica di presidente del Consiglio regionale? E che significato ha essere stata eletta il giorno dopo la celebrazione della giornata contro la violenza sulle donne?
«È un grande onore per me e anche una grande responsabilità. Che assumo con la convinzione che questo ruolo conferitomi - e per cui ringrazio tutto il gruppo del Pd, i consiglieri, di maggioranza e opposizione, e il presidente Emiliano - sia innanzitutto un messaggio alle donne pugliesi. Perché con l’impegno e il sacrificio si possono vincere anche le battaglie più dure, anche quando si parte da una posizione svantaggiata. Lo dimostra la mia storia personale: io vengo da una famiglia umile, i miei genitori erano contadini, ricordo ancora che per comprare un libro usavo le paghette per la colazione della scuola. Ma la caparbietà, la passione, lo studio hanno ripagato e, oggi, sono la prima donna eletta alla presidenza del Consiglio regionale. Questo vuol dire che niente è impossibile, che non dobbiamo avere paura, ma accettare la grande sfida di essere noi stesse e lottare per realizzare i nostri sogni».

Lei stessa è stata vittima, proprio qualche mese fa, di un attacco sessista su un muro della sua città, Lecce. Ha risposto denunciando subito la vicenda, pubblicamente. Questo è l’esempio che tante donne, meno famose, ma protagoniste - loro malgrado - di abusi e violenza, devono seguire?
«Ogni storia è diversa, ogni storia è una sofferenza, e io no, non mi sento un esempio, sono solo una voce tra le voci. E, purtroppo, per tutte quelle che si alzano per denunciare ce ne sono altrettante che non hanno la forza di farlo. La violenza è un male terribile che non conosce età, colore della pelle, religione, ceto sociale, il nemico subdolo di una società che resta ancora troppo patriarcale. A tutto questo oggi si è aggiunta la pandemia, che ha peggiorato le cose. Il Covid non ha solo cambiato le nostre vite, ha nascosto tra le mura di casa, in famiglia, tantissime storie di violenza. Sono oltre 15mila le segnalazioni per violenze domestiche tra marzo e giugno 2020, più del doppio che nello stesso periodo del 2019. E chissà quante donne quella telefonata alla fine non l’hanno fatta, magari hanno pensato: “non accadrà più”, “è stata colpa mia”. E invece no, perché la violenza non è un sentimento che può appartenere a una persona capace di amore. Lo dicono forte e chiaro gli operatori dei centri antiviolenza impegnati ogni giorno sui nostri territori. A loro, da donna delle istituzioni, da presidente del Consiglio regionale della Puglia, il mio più sincero grazie».

Dopo la sua elezione, ha detto che sarà garante di tutti. Ma il nuovo Consiglio si è insediato già con una spaccatura netta del Movimento 5 Stelle, peraltro alleato del suo partito, il Pd, nel governo nazionale. Come valuta questa frattura?
«L’ho detto e lo sarò. Perché lo impone il ruolo e perché funziona così in democrazia. Lavorerò per un Consiglio che, nella diversità delle posizioni, riconosca la sua più grande opportunità di ricchezza. Un Consiglio libero e aperto, che continui e potenzi il lavoro già svolto, ma s’impegni a rinnovarsi, a osare, che si faccia prima di tutto laboratorio dell’attenzione e della cura delle persone. Riguardo ai 5 Stelle, stiamo assistendo alle loro lacerazioni interne. Di certo, se l’accordo politico andasse fino in fondo, gli sviluppi tra Governo e Regione potrebbero essere positivi per i pugliesi. Intanto si può cominciare a lavorare insieme sul programma dei prossimi 5 anni, posto che il presidente Emiliano ha già dichiarato di essere aperto a tutte le migliori proposte di modifica».

Uno dei primi pensieri che lei, appena eletta, ha voluto rivolgere è a quanti da marzo scorso sono in prima linea negli ospedali: medici, infermieri, operatori del servizio sanitario regionale. Non pensa che quanto fatto sinora da parte dello Stato e della Regione Puglia sia stato insufficiente?
«Stiamo chiedendo un sacrificio enorme ai nostri medici e a tutti gli operatori sanitari. Sono mesi, ormai, che vanno avanti senza sosta. Non c’è giorno e non c’è notte, in compenso, ci sono le mascherine strette sul viso, i parenti lontani perché “devi proteggerli”, donne e uomini da curare e altri che muoiono sotto gli occhi. È una situazione evidentemente straordinaria, questa. E tutti hanno risposto prontamente e senza lesinare impegno e amore: da chi è in campo negli ospedali, a chi è dietro una scrivania per cercare di far funzionare tutto al meglio e arginare la pandemia».

L’ha fatto anche la politica?
«Io credo che il presidente Emiliano e l’assessore Lopalco abbiano assunto decisioni importanti in questi mesi e, come tutte le decisioni importanti, non potevano essere completamente indolore. Penso all’ordinanza sulla chiusura delle scuole di ogni ordine e grado, che tanto ha fatto discutere i media e che ha visto divisa persino la Giurisprudenza. Penso al grande lavoro per attrezzare i nostri ospedali, per implementare i posti letto. Il concorso per assumere nuovo personale, la cui scarsità è stato uno dei tasti più dolenti di questa pandemia. Ma è importante spiegare ai cittadini che il personale scarseggiava perché dal 2009, e fino a poco fa, le Regioni non potevano assumere. E credo che anche il Governo stia facendo del suo meglio, che, nonostante la burocrazia sia ancora estremamente farraginosa, le misure messe in campo siano davvero immaginate per provare a non lasciare indietro nessuno. È una prima volta per tutti noi e “solo chi non fa non sbaglia”, diceva mio padre. Quello che, invece, possiamo e dobbiamo fare, è fare scorta di questa esperienza per il futuro, potenziare la sanità pubblica, riequilibrare i territori tenendo conto, a partire dalla ripartizione dei fondi europei, delle difficoltà che alcuni incontrano più di altri, dei gap infrastrutturali, perché l’Italia, da nord a sud, possa ripartire davvero unita, e non solo a parole».

Un altro suo richiamo è stato all’Europa, che dal cittadino comune è vista sempre più lontana. Ma lei ha puntato su un’Europa più che degli Stati, delle Regioni. Perché?
«Perché è il livello delle Regioni quello in cui si fanno le leggi di maggiore importanza per la programmazione europea e perché è quello che consente di costruire e rafforzare la democrazia e il coinvolgimento delle comunità».

Utilizzare al meglio le risorse” è un altro passaggio del suo intervento. “Perché non basta prendere i soldi, occorre sapere bene come spenderli e ripartirli”. Sinora non è stato così?
«Sono tantissime le risorse che l’Europa mette a disposizione dell’Italia per i prossimi anni e non sarà indifferente come le spenderemo, a chi andranno e in quale misura. Proprio nella ripartizione delle risorse, per esempio, sarà importante considerare tutti i fattori: dalla quota di popolazione a quella di disoccupazione, al Pil. Il Governo dovrà impegnarsi a utilizzare concretamente il criterio della coesione territoriale destinando al Sud, che ne ha maggiore bisogno, buona parte della spesa per gli obiettivi strutturali più urgenti».

Lei ha auspicato che il nuovo Consiglio regionale diventi anche un “laboratorio dell’attenzione e della cura, che si occupi di semplificare le norme che oggi si presentano spesso in modo farraginoso”. Come concretamente?
«La legge regionale numero 1/2016 (art. 64) ha istituito la Commissione per la Semplificazione che sarà insediata. Ho già incontrato l’ufficio di supporto alla Legislazione del Consiglio regionale per cominciare a intervenire sull’integrazione e la semplificazione delle norme, così da renderle più chiare per i cittadini».

Con la nomina di cinque salentini nella nuova Giunta e la sua elezione e quella di Cristian Casili a vicepresidente del Consiglio pensa che il concetto di “baricentrismo” possa definitivamente essere archiviato?
«Gli assessori regionali non rappresentano una provincia piuttosto che un’altra. La Giunta è chiamata a rappresentare tutta la Puglia, dal Gargano al Salento. Fino alla vecchia legislatura c’era una forte presenza barese, in questa c’è una forte presenza salentina, ma con l’orgoglio per le competenze territoriali riconosciute continueremo a lavorare per tutti».

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