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L’atmosfera quella delle grandi occasioni, con un pubblico di centinaia di cittadini, di tantissimi turisti curiosi, di autorità e rappresentanti delle istituzioni. Un’euforia sommessa fra tutti i presenti, in attesa dell’evento legato al più prezioso simbolo del barocco leccese: lo svelamento della facciata della basilica di Santa Croce, che dopo due anni di restauri è tornata da ieri sera ad offrirsi allo sguardo ammirato dei leccesi e dei visitatori di ogni parte del mondo.

Non una semplice cerimonia, ma una festa ben organizzata dalla Sovrintendenza di Lecce che ha curato il progetto di recupero, portato a termine dall’impresa Nicolì. Il racconto dei restauri, delle tecniche utilizzate, delle scoperte e dei dettagli inediti emersi durante i lavori. E poi la musica che ha fatto da sfondo alla cerimonia, all’inizio ed alla fine del programma, chiuso dalla composizione originale di Raffaele Casarano, scritta di getto in una notte, ispirata dal fastigio e dalle fioriture barocche che aveva avuto modo di vedere da vicino durante una visita al cantiere.

Ma andiamo con ordine. Nonotante le transenne poste a chiusura dell’area riservata alle autorità, il pubblico si è accalcato in via Umberto primo, riuscendo a conquistare ogni spazio utile per poter assistere alla caduta del grande telone riproducente il prospetto della chiesa. Le note del pianista Mirko Signorile hanno sottolineato l’apertura della cerimonia, proseguita con l’introduzione dell’architetto Giovanna Cacudi, della Sovrintendenza, responsabile del progetto di restauro avviato dopo il crollo di alcuni elementi del fastigio nel 2011. Attraverso le slide Cacudi ha illustrato le fasi dell’intervento, documentando il “prima” e il “dopo”, mentre Mauro Matteini, dell’Opificio delle Pietre dure di Firenze ha svelato le tecniche ed i diversi materiali utilizzati per il restauro. Poi, è stata la volta dell’arcivescvo Michele Seccia, che come “padrone di casa” ha sottolineato le sue emozioni ma anche «il peso e la responsabilità di mantenere lo splendore dell’arte, nella misura in cui è legata alla religiosità. A Lecce - ha detto - c’è un patrimonio inestimabile che non è solo attrazione per i turisti, ma anche momento di incontro per la comunità che se ne appropria sempre più. Entrare in chiesa, anche solo per una preghiera e sentirsi circondati dalla bellezza - ha aggiunto - avvicina a Dio. Questi beni, sono trasmissione di valori e di cultura».

Il sindaco Carlo Salvemini ha posto l’accento sul dato dell’identità storica. «Ci raccontiamo sempre - ha rilevato - che il recupero del patrimonio storico abbia determinato un forte investimento sull’attrattività del territorio. Ma è di più. E’ un rafforzamento della memoria». L’assessore regionale alle Politiche culturali, Loredana Capone, ha inteso ricordare l’impegno finanziario della Regione, di due milioni di euro, che hanno consentito il recupero del prospetto della basilica, ed ha poi rammentato l’idea vincente di permettere ai visitatori di salire sulle impalcature attraverso un ascensore, per poter vivere direttamente sul cantiere l’emozione del restauro. Un’emozione che ha coinvolto in due anni ben 17mila visitatori, italiani e stranieri.

La Sovrintendente Maria Piccarreta ha rilevato come il restauro sia un lavoro complesso che richiede sensibilità ed «insegna ad ascoltare le pietre», mentre il responsabile dell’impresa, Valentino Nicolì, ha sottolineato l’importante lavoro d’equipe realizzato, annunciando poi di voler donare il telone alla cooperativa sociale del carcere di Lecce. Verrà utilizzato per produrre borse, oggetti e manufatti che potranno essere venduti, nel ricordo di un momento così significativo nella lunga vita della più fulgida basilica leccese.

(foto Massimino)

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