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In Puglia e Basilicata

L’intervista

Addio a De Mita: «Con lui muore il mondo Dc»

Morte Ciriaco De Mita, il cordoglio di Decaro: «Sempre vicino alla sua terra»

Piepoli: la sua fu una grande storia di riscatto della provincia meridionale

27 Maggio 2022

Leonardo Petrocelli

«Sì, lo so, tu ti rompi. E pure io. Ma il giro del quartiere fieristico dobbiamo farlo». Riavvolge il nastro dei ricordi Gaetano Piepoli, giurista, ex parlamentare e già presidente della Fiera del Levante. Proprio in quella veste, nel 1988, accolse a Bari Ciriaco De Mita, allora premier. I due trascorsero un’estenuante mattinata cerimoniale alla fine della quale li attendeva un altrettanto faticoso giro inaugurale della Fiera che entrambi avrebbero volentieri evitato. «Mi disse proprio così - racconta -, “ci rompiamo ma dobbiamo”, e questo ci restituisce il senso del sistema politico-istituzionale di allora che De Mita incarnava perfettamente».

Professor Piepoli, chi era Ciriaco De Mita?

«Con lui muore definitivamente il mondo della Democrazia cristiana. De Mita è stato un uomo fedele al suo tempo nonché l’incarnazione, almeno per la sua generazione, della politica come professione».

Una bestemmia nel 2022...

«Ovviamente è da intendere in modo diverso rispetto ai comportamenti degli apprendisti stregoni e dei dilettanti allo sbaraglio che puntellano il presente. Nel suo caso si trattò di un cursus honorum di impegni progressivi».

Una storia di riscatto, lui irpino, della provincia meridionale?

«Non c’è dubbio. Sulle gambe di De Mita, figlio di un sarto, si consumava il riscatto del Sud attraverso quella grande fucina che era l’università Cattolica di Milano. La sua generazione faceva della connessione con il territorio una ragione di vita e in lui, più che in altri, le radici furono sempre centrali. Si fece alfiere di una autonomia ma anche di una superiorità dell’esperienza meridionale».

Una lezione attuale?

«Non direi. Una tale visione mi pare non abbia più ragion d’essere in un mondo globalizzato e con un Mezzogiorno che non è stato capace di produrre una classe dirigente in grado di mettere il Sud nelle condizioni di dialogare paritariamente con il mondo».

Quando lo incontrò la prima volta?

«In un evento oggi purtroppo dimenticato: la famosa assemblea Dc degli esterni nel novembre 1981. Fu una kermesse unica, di spessore enorme. De Mita era uno dei leader e si avviava alla scalata alla segreteria. Da allora, mantenendo sempre un rapporto di amicizia e franchezza, ci confrontammo più volte anche al di fuori della politica organizzata. Quando , nel 1987, convinse i gruppi Dc a votare contro il governo Fanfani, cioè il proprio governo, mandandolo a casa, mi chiese un parere su una operazione così azzardata».

E lei?

«Lo confortai sostenendo che gli elettori avevano capito le ragione di quella mossa. E infatti alle elezioni successive la Dc recuperò tutto quello che aveva perso quattro anni prima. Lui commentò così: siamo scesi tanto in basso che non possiamo che risalire. Ebbene, cinque anni dopo la Dc era morta. Eravamo già al crepuscolo di una parabola discendente».

Dove sbagliò De Mita?

«L’errore fu tenere insieme la segreteria del partito e la presidenza del Consiglio. Oltretutto la sua partita nasceva da una scommessa impossibile»

Perché?

«Dopo la morte di Aldo Moro, la solidarietà politica e istituzionale tra Dc e Pci era compromessa. È la vittoria di quello che passò alla storia come “Preambolo”, la maggioranza che non voleva la solidarietà nazionale. Da cui una ripresa dei rapporti tra Dc e socialisti in chiave anti-comunista. Il tentativo di rinnovamento di De Mita fallì e lui dovette sempre fare i conti con le correnti Caf (Craxi-Andreotti-Forlani) che erano le padrone del partito e liquidarono l’ambizione morotea».

De Mita lascia un erede? Qualche anno fa si parlava di Renzi in quella chiave prima che i due si scontrassero sul referendum.

«In realtà non c’è un erede di De Mita semplicemente perché non c’è una eredità politica. C’è piuttosto una esperienza personale unica di fedeltà assoluta ad un tempo che si è chiuso tanti anni fa».

De Mita, però, non si è mai fermato, morendo da sindaco della sua Nusco (Avellino). Nessuno è riuscito a «rottamarlo»...

«È morto come è nato, facendo il politico. Era una forza della natura»

Quando ha avuto l’ultimo colloquio con lui?

«Nel 2016. Gli chiesi cosa ricordasse del famoso discorso di Moro, l’ultimo, ai gruppi parlamentari Dc, quando riuscì a strappare il via libera al governo di solidarietà nazionale. Rispose: la cosa che mi impressionò allora e mi impressiona oggi è l’infinita pazienza con cui Moro ascoltò tutti quanti. Questa frase, ancora adesso, mi commuove nel ricordo di Ciriaco ma anche nella nostalgia di quel grande uomo che fu Aldo Moro».

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