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L'editoriale

Il Regno davvero unito nei momenti cruciali: la bella lezione di Londra

Il Regno davvero unito

L’enfasi planetaria suscitata dalla scomparsa della regina Elisabetta si spiega nei termini dell’ondata emotiva, che anche la «Gazzetta» ha assecondato col titolo sulla «fine di un mondo»

11 Settembre 2022

Oscar Iarussi

Unità nei momenti cruciali. Nel lutto, luce. Ecco il messaggio, non detto sebbene evidente, che arriva in queste ore da Londra. Non si tratta qui di elogiare la monarchia costituzionale britannica, perché siamo naturalmente repubblicani e mazziniani (ad avercelo un qualche erede di Mazzini!). L’enfasi planetaria suscitata dalla scomparsa della regina Elisabetta si spiega nei termini dell’ondata emotiva, che anche la «Gazzetta» ha assecondato col titolo sulla «fine di un mondo». Tale è, del resto, visto che Elisabetta ha regnato settant’anni, dal dopoguerra alla «Brexit» e oltre, scandendo la storia del suo Paese e delle vastissime ex colonie da cui negli ultimi giorni sono giunte le rare voci critiche degne di nota, memori dell’imperialismo inglese e dei suoi guasti.

Ma Elisabetta - ha ricordato ieri Pietro Marino su queste colonne - è stata anche una delle prime icone pop globali, quindi televisiva e artistica, cinematografica e musicale, infine «virale» sui social network. Una protagonista dell’immaginario collettivo affamato di dettagli come le sue famose borsette e ghiotto di pettegolezzi sempre floridi in casa Windsor, nonché calamitato da una certa auto-ironia che balenava fra la regina e l’amato Filippo dagli occhi azzurri come le acque della natia Corfù, scomparso l’anno scorso.

Nondimeno, The Royal Family è potere ed è ricchezza, è tradizione ed è storia pur sempre sottesa al giudizio popolare o ai rovesci della sorte. Fa testo la crisi di impopolarità innescata nell’estate 1997 dalla fine traumatica di Lady Diana, prima moglie di Carlo, e madre dell’erede al trono William e del fratello Harry. Elisabetta seppe recuperare per tempo lo svantaggio e rinverdire il prestigio e la presa della casa reale, traghettandola nel nuovo secolo segnato da vecchi e nuovi conflitti sin dall’11 settembre 2001 dell’attacco islamista alle Torri Gemelle di New York, di cui oggi ricorre il tragico anniversario. Sta di fatto che alla notizia della morte della regina la folla si è assiepata, mentre scendeva la notte, all’esterno di Buckingham Palace, la residenza ufficiale del sovrano a Londra. E migliaia di persone vi sono tornate, in un profluvio di fiori e di immagini votive dedicate a «Lilibet», per salutare l’arrivo di Carlo III con la consorte Camilla, per tentare di stringergli la mano, e confermare l’identità politica e sentimentale fra la monarchia e il popolo.

«Our Country, right or wrong», recita una caratteristica espressione anglosassone: «Il nostro Paese, a ragione o a torto». Il modo di dire è spesso - erroneamente - attribuito a sir Winston Churchill, che guidò la Gran Bretagna e l’impero britannico contro la Germania nazista, sino alla vittoria (Elisabetta contribuì alla guerra in qualità di crocerossina). Paradossalmente battuto nelle prime elezioni del dopoguerra nel 1945, Churchill tornò premier dal 1951 al ‘55, regnanti prima Giorgio VI e poi Elisabetta II, appunto, di cui fu anche una sorta di mentore in politica. Mutatis mutandis, in questi giorni stiamo vedendo sulla scena il medesimo patriottismo, ovvero il senso di unità nazionale e di identificazione in un simbolo comune che fa grande una nazione, la rende adulta perfino intorno a un ex adultero quale fu il principe Carlo.

Non appare perciò occasionale il commosso richiamo all’Amleto di Shakespeare echeggiato nel primo discorso televisivo del nuovo re e rivolto alla madre, la darling Mama scomparsa a 96 anni: «Possa il canto degli angeli vegliare sul tuo riposo». Una citazione piaciuta alla stampa britannica, incluso il quotidiano progressista «The Guardian». E molti ricordano l’impegno ecologista di Carlo ben prima di Greta Thunberg e dei disastri ambientali oggi d’attualità.

«Carlo non è molto amato e la nuova premier Liz Truss non ha la forza di cambiare», ribatte la popolare scrittrice e giurista siciliana Simonetta Agnello Hornby, che vive a Londra dal 1972. Ha aggiunto ieri in una intervista all’agenzia Ansa: «Non ho mai visto il Paese così depresso, sembra abbia perso la volontà di cambiare, sembra che voglia morire». Certo, i segnali di depauperamento e di degrado sociale non mancano. Tuttavia il Regno Unito del premier conservatore Boris Johnson, cui lo scorso 6 settembre è subentrata Truss, è stato fra i Paesi più tenaci e determinati nella condanna dell’invasione russa dell’Ucraina e fra i primi - al pari dell’Italia di Mattarella e Draghi - a sostenere la resistenza armata di Kiev. Per dirne una, nella sua visita dello scorso maggio a Bari, Edward Llewellyn, ambasciatore britannico in Italia, esibiva all’occhiello una spilla della «Union Jack» e di un’altra bandiera, quella blu e gialla dell’Ucraina.

Insomma, il settantreenne Carlo, nuovo capo dello Stato sul viale del tramonto di una corona a dir poco tardiva, avrà l’opportunità di far rivivere un po’ dello spirito giovanile, vagamente ribelle e sinceramente solidale verso i più deboli che fu incarnato da Diana. O, viceversa, potrebbe irrigidire le pulsioni isolazioniste che hanno sospinto il Paese verso la «Brexit» nel referendum del 2016 (non della cosmopolita Londra che votò in maggioranza per restare nell’Unione europea). Vedremo. Intanto guardiamo alla folla di Buckingham Palace con rispetto e un po’ di invidia dalla prospettiva di un’Italia che non s’è mai stretta del tutto intorno ai propri simboli, fossero anche Mazzini e Garibaldi.

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