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In Puglia e Basilicata

L'editoriale

San Nicola, il nostro Oriente

San Nicola, il nostro Oriente

La leggenda di una città e del mediterraneo prende forma nella mediazione tra le culture

07 Maggio 2022

Oscar Iarussi

BARI - San Nicola è ovunque. Dalla Basilica di San Marco a Venezia dove appare in effigie fino alla chiesetta greco-ortodossa di Manhattan travolta dal crollo delle Torri Gemelle e ormai ricostruita, dalle leggende natalizie nordiche di Santa Claus fino al culto in Armenia, Georgia, Africa, Australia, Giappone… E naturalmente in Russia e in Ucraina, grazie alla Leggenda di Kiev sulla traslazione delle reliquie illuminata da uno studio di padre Gerardo Cioffari. Del resto, Mosca e San Pietroburgo si misero in fila nell’estate 2017 per venerare un frammento osseo di San Nicola giunto - su richiesta del patriarca Kirill a papa Francesco - nella cattedrale di Cristo Salvatore della capitale russa e poi nel monastero di Aleksandr Nevskij della città baltica che fu ribattezzata Leningrado senza che l’ateismo sovietico riuscisse a scalfire il radicamento popolare della figura del Patrono di Bari. Vissuto a Myra in Licia (l’attuale Turchia) tra il III e il IV secolo, San Nicola nell’immaginario collettivo è un viandante instancabile, è un messaggero dell’impero celeste o forse azzurro verde porpora.

È proverbialmente scuro di pelle, o addirittura Sanda Necole ggnore della statua nella cappella di fronte al porto, e dal carattere ardente. È «amante dei forestieri», ma anche dei bambini, degli operai, delle giovani donne, dei deboli, dei soccombenti, dei carcerati, dei naviganti... Come dire, è un santo globale ben prima della globalizzazione. Per i baresi stanziali e della «diaspora», San Nicola non si discute, si custodisce e si venera. Non rileva che la sua memoria liturgica fosse declassata da «obbligatoria» a «facoltativa» dopo il Concilio Vaticano II e rimasta tale fino al 2016, quando è stata di nuovo «promossa» nel calendario dei santi. Così, di fatto, si è validata l’attendibilità storica della sua esistenza, tema sul quale restano imprescindibili per rigore e rilievo internazionale i numerosi saggi dello stesso Cioffari.

Parliamo con San Nicola in certe albe solitarie quando il sagrato della basilica è puro Medioevo e l’ultimo dei sessantadue marinai svicola verso casa, verso un caffè, verso il giorno. «San Nicola, mi sta succedendo questo». «San Nicola, che debbo fare?». «San Nicola, aiutami tu». Per non parlare della messa del 6 dicembre affollata dalle vacantine, le ragazze da marito in attesa dell’amore. San Nicola è il nostro Oriente, è la leggenda che si concreta in una città, è il Mediterraneo sulla terra ferma, o meglio ferma ma non troppo, perché indomita e levantina, trafficante e vivace, verace e talora vorace (il suo peccato, il «mal di Levante» diagnosticato dal sociologo Franco Cassano). San Nicola è la mediazione con culture lontane ed è la voglia di farcela, di primeggiare persino sui veneziani che - mito vuole - riuscirono a trafugare il corpo di San Marco da Alessandria d’Egitto, ma arrivarono soltanto secondi a Myra, accontentandosi dunque delle residue spoglie nicolaiane non predate dai baresi e da allora custodite nella chiesa di san Nicoletto al Lido (la vicina Mira in Laguna lo ha per Protettore). Quest’anno torna la Festa di Maggio, torna il corteo dopo il grande gelo del Covid (oddio, speriamo di poter dire davvero «dopo»).

Ma torna sullo sfondo della guerra che minaccia di diventare globale e lo è già nei riflessi drammatici sotto i nostri occhi: le vittime, i profughi, i contraccolpi sui prezzi del pane e dell’energia che suscitano inquietudine da noi e i primi moti in Paesi più poveri dell’Italia. San Nicola è il simbolo dell’ecumenismo tra cattolici e ortodossi (e per molti versi i protestanti) e dell’irenismo, del bisogno di fratellanza, del desiderio di pace calpestato dall’invasione russa dell’Ucraina, un sopruso avallato da Kirill che ha avuto parole di fuoco contro il presunto degrado della civiltà occidentale. È uno scenario molto più grande di noi, sebbene sarebbe illusorio e colpevole immaginare di tirarsene fuori: bisogna informarsi, essere vigili, sobri e solidali, non smettere di approfondire le ragioni e il torto di questa terribile storia.

Essa ci riguarda e non certo solo per i pellegrini orientali che avevano appena ricominciato a venire in Puglia dopo la pandemia, adesso rallentati dal conflitto. A Bari non ci sono agnostici, anche gli atei credono in San Nicola. «Il mare unisce, i monti dividono», scrisse il grande storico Fernand Braudel. Dal Mediterraneo ai Balcani, sino a Kiev e Mosca e oltre, un filo nicolaiano e comunitario ci lega, ma oggi rischia di soffocarci. Preghiamo che non sia così.

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