Dario Fo

La cultura senza padroni è una lama tagliente

Teresa Lussone

«Vi mostrerò come si trasformano le parole in lame taglienti che mozzano i garretti ai bugiardi impostori!», afferma Dario Fo nella Nascita del giullare, episodio del celebre Mistero buffo. Si tratta del più noto dei suoi spettacoli, portato in scena tra il 1969 e il 2003.

Esiste un teatro popolare che non sia succube della tradizione erudita? Esiste una poesia lontana dalle corti dei principi? Una cultura senza padroni? Per rispondere, Fo attinge al teatro satirico dei giullari medievali. Il titolo si richiama ai misteri medievali, ovvero alle rappresentazioni sacre, mentre buffo allude al rovesciamento carnevalesco con cui sono raccontati gli eventi. Fo propone, infatti, una rilettura alternativa delle vicende, dando voce agli emarginati che non hanno mai preso la parola. Nel Miracolo delle nozze di Cana, tocca a un bevitore incallito che parla di un’«ubriacatura bellissima». A raccontare La resurrezione di Lazzaro sono due uomini che vanno alla ricerca dei miracoli perché non hanno di meglio da fare: sono spettacoli avvincenti, con tanto di bookmaker. E poi c’è Il primo miracolo di Gesù bambino: già la nascita è sorprendente, con una caciara pazzesca davanti alla capanna e l’apparizione improvvisa di un angelo che spaventa le pecore (col rischio che vada via il latte!).

La lingua è una mescolanza di dialetti padani, cui si aggiungono termini provenzali o persino napoletani. Oppure, riprendendo la Commedia dell’Arte, Fo usa il grammelot, una lingua inesistente, composta di suoni senza senso, che imita l’effetto delle lingue reali. Si tratta di una lingua teatrale per eccellenza, giacché sono i gesti a dare senso a questi suoni. È un modo di «parlare senza parole»: con il grammelot si può dire tutto quello che altrimenti non si potrebbe dire, tanto la «censura è ignorante!».

Oggi il valore dell’opera di Fo è unanimemente riconosciuto, ma saremmo ingiusti se dimenticassimo la sua lotta per la libertà di espressione, le difficoltà per aggirare la censura, la scelta di presentarsi come giullare per opporsi alla cultura dominante. Uno degli episodi più noti risale al 1962, quando Dario Fo e Franca Rame lasciano la conduzione di Canzonissima: i dirigenti Rai giudicano eccessivamente provocatorio uno sketch su un costruttore edile che si rifiuta di adottare misure di sicurezza. Nel 1977, su Raidue, viene trasmesso Mistero buffo: scatta una denuncia per vilipendio alla religione, la Santa Sede e la DC chiedono, invano, la sospensione delle puntate successive. Per uno strano paradosso, a istituzionalizzare la figura di Fo ha forse contribuito il Nobel, assegnato proprio per la capacità di fustigare il potere e «risvegliare le coscienze sugli abusi e le ingiustizie della vita sociale», rivelando «come queste problematiche possano essere viste in una più ampia prospettiva storica».

L’interferenza tra cronaca e storia emerge fin dai prologhi che aprono le messe in scena di Mistero buffo. Sono monologhi con cui Fo mostra «che quello che stiamo vivendo si è già perpetrato, con qualche variante, secoli addietro». Il 24 marzo 1991, a Torino, Fo parla della Guerra del Golfo. Comincia con il discorso di Cossiga, trasmesso a reti unificate: «questo conflitto [...] si realizzerà con l’intento di proteggere la democrazia e la libertà di tutto il Mediterraneo». Il giullare chiosa: «Per non parlare dei pozzi di petrolio, aggiungo io». La guerra veniva fatta passare per un’operazione chirurgica: le bombe intelligenti avrebbero colpito solo impianti militari, preservando i civili. Ma ogni tanto capita qualche incidente... I corsi e ricorsi della storia non finiscono qui: «Fra l’altro, avete saputo che il Giulio ricurvo stava per partire la sera del bombardamento? Sì, è vero: il giorno in cui hanno bombardato Baghdad lui, alle sei del mattino (nessuno era al corrente si stessero accingendo a quell’operazione di massacro totale), era stato incaricato da tutti i ministri degli Esteri europei, e naturalmente anche dai presidenti, di tentare l’ultima chance, cioè di recarsi da Saddam Hussein e di convincerlo, a nome dell’Europa, a ritirarsi dal Kuwait». Un ultimo controllo e via... Invece no: c’è un problema con un bullone che regola il tubo di riscaldamento. Qualche ora di pazienza e si può decollare. «Ri-alt! [...] Non si può partire perché Baghdad è sotto il bombardamento: ventimila tonnellate di bombe che stanno buttando gli americani». Andreotti l’ha scampata bella: «quando si dice la fatalità!».

Ma allora, tutto quel can-can per Crosetto che, ugualmevnte ignaro dei bombardamenti, era partito per Dubai? Come spiegare la coincidenza? Resta un mistero (per niente buffo). Torna in mente una vecchia canzone di Celentano che comincia così: «Eh, la benzina ogni giorno costa sempre di più (salvo tagli alle accise). E la lira cede e precipita giù. Svalutation, svalutation. Cambiano i governi, niente cambia lassù».

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