A dieci anni dalla scomparsa
David Bowie, Il «marziano» che cambiò la musica pop
il suo nome continua a funzionare come una costellazione: non un punto fisso, ma un insieme di traiettorie che ancora orientano le arti e l’immaginario contemporaneo
A dieci anni dalla scomparsa di David Bowie, avvenuta il 10 gennaio 2016 a New York, il suo nome continua a funzionare come una costellazione: non un punto fisso, ma un insieme di traiettorie che ancora orientano le arti e l’immaginario contemporaneo. Bowie non è stato semplicemente un artista poliedrico, ma un metodo, una postura intellettuale nei confronti dell’arte e dell’identità. Il 10 gennaio, dunque, non è soltanto una data da segnare nel calendario della musica, ma un momento di riflessione su una delle figure più complesse e influenti del ‘900 culturale.
Parlare di Bowie significa interrogarsi sul senso stesso dell’arte popolare, sul rapporto tra identità e rappresentazione, tra successo e libertà creativa. David, infatti, non è stato soltanto un musicista di talento, ma un interprete lucidissimo del proprio tempo, capace di trasformare la cultura pop in uno spazio di riflessione esistenziale.
in dagli esordi rifiuta l’idea di una carriera lineare. In un’epoca che tendeva a premiare la coerenza stilistica come garanzia di autenticità, sceglie la strada opposta: il cambiamento continuo. Ziggy Stardust, il Duca Bianco, l’artista berlinese non sono maschere decorative, ma dispositivi narrativi attraverso cui raccontare l’instabilità dell’uomo moderno, la solitudine della fama, l’ambiguità dell’identità. Bowie dimostra che l’autenticità non coincide con la stabilità, ma può nascere dalla trasformazione, dalla capacità di attraversare ruoli senza esserne prigionieri. Questa intuizione novecentesca, affonda le radici nella sua formazione.
Nato l’8 gennaio 1947 a Brixton, quartiere popolare di Londra, con il nome di David Robert Jones, Bowie cresce nell’Inghilterra del dopoguerra, segnata da austerità e ricostruzione. La malattia mentale del fratellastro Terry Burns (suicida nel 1984), grazie al quale scopre il jazz di John Coltrane e il rock d’avanguardia, insieme all’interesse precoce per il teatro e la letteratura, plasmano un immaginario in cui follia, alienazione e identità diventeranno temi ricorrenti. Anche il corpo, segnato dall’anisocoria che rende i suoi occhi diversi, entra a far parte del linguaggio artistico: Bowie è consapevole che l’immagine è già racconto. Dopo il debutto nel 1967 con l’album “David Bowie”, la svolta arriva nel 1969 con “Space Oddity”, il secondo album in studio. Il brano omonimo intercetta l’epica dello sbarco sulla Luna, ma ne rovescia il trionfalismo, trasformandolo nella solitudine dell’astronauta Major Tom, anche sotto l’influenza del capolavoro di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello spazio. È il primo segnale di un artista capace di leggere il presente controcorrente.
Negli anni successivi Bowie attraversa il pop colto (Hunky Dory, 1971), il glam rock (The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, 1972), la distopia rock (Diamond Dogs, 1974), il soul americano filtrato con ironia (Young Americans, 1975), fino al periodo più oscuro e decadente di Station to Station (1976). Ogni fase è il risultato di un ascolto attento del proprio tempo e di un dialogo con altre arti: il cinema espressionista, la letteratura orwelliana, la performance art.
Le collaborazioni sono centrali in questo percorso. Con il geniale Brian Eno, durante il periodo berlinese, Bowie realizza una delle operazioni più radicali della musica europea del dopoguerra. La trilogia formata dagli album Low, Heroes e Lodger fonde elettronica, minimalismo e tensione emotiva, trasformando la canzone pop in uno spazio di sperimentazione. Berlino Ovest, città divisa e ferita, diventa metafora perfetta di un artista che cerca disciplina e anonimato per ricostruirsi. Heroes, con il suo romanticismo trattenuto e politico, resta uno dei simboli più duraturi di quella stagione.
Negli Anni ‘80 Bowie accetta il successo globale senza smettere di interrogarsi sul proprio ruolo. Let’s Dance, realizzato con la collaborazione del chitarrista Nile Rodgers, lo consacra icona planetaria, mentre il cinema e il teatro ampliano il suo raggio d’azione. A differenza di molti contemporanei, però, impara a gestire il rapporto tra esposizione pubblica e vita privata, fino a scegliere, negli Anni 2000, un progressivo silenzio mediatico. Quando torna, lo fa alle sue condizioni. Blackstar, pubblicato pochi giorni prima della morte, è il punto di arrivo di questa traiettoria: non un addio nostalgico, ma un’opera consapevole, densa di riferimenti al jazz, all’arte visiva e alla trasformazione come destino. Bowie affronta la fine senza retorica, ribadendo ancora una volta che l’identità è processo, non monumento.
L’eredità di Bowie è oggi evidente nella musica, nella moda, nel cinema e nell’immaginario collettivo. Ma il suo contributo più profondo è culturale: ha insegnato che la complessità non è un limite, bensì una forma di chiarezza. Ricordarlo significa riconoscere il valore di un artista che ha fatto del mutamento un atto di libertà e di estrema contemporaneità.